Riflessioni del Superiore Generale - Opera don Guanella

"Come morire?"

Al termine delle litanie dei Santi, esprimiamo la nostra fede con una petitio sulla morte che ci fa dire: “A subitanea morte, libera nos Domine” “da una morte improvvisa e senza preparazione, salvaci o Signore”.
Essere preso all’improvviso, senza essere preparato, è un danno supremo da cui ogni uomo vorrebbe essere liberato. Ogni uomo desidererebbe, infatti, essere avvisato, essere pronto per questo evento ultimo della sua vita. Vorrebbe che quando e come morire fosse una propria decisione. Ma non accade così, ed è giusto! Se dovessimo chiedere invece a un non credente di formulare la sua litania, la petizione si invertirebbe, senza dubbio in: dammi una morte improvvisa e senza preparazione. È desiderata una morte improvvisa, per non lasciar tempo ad una riflessione o una sofferenza prolungata, difficile da accettare e che potrebbe anche aiutare a cambiare pensiero, a convertirsi.
La tappa della morte ci insegna che viviamo in una società dove l’attitudine verso la morte sembra un tabù, una cosa nascosta, indicibile, direi anche da molti indesiderabile. La malattia e la morte sono divenute puramente problemi tecnologici, gestiti da persone o istituti tecnici specializzati e sappiamo quanto si è sviluppata in questo senso la medicina e quanto alcune correnti politiche spingono per scelte più radicali. La morte nella nostra società cessa di essere un tema anche spirituale e rimane spesso solo problema fisico da affrontare per evitare l’incremento della sofferenza.
Quanto invece dovrebbe suscitare in noi una grande consapevolezza che evitare o meno di affrontare il tema della fine della vita deriva dal rapporto che ogni uomo ha con se stesso. La memoria mortis non ha niente a che vedere con la tristezza, la paura, l’annientamento ma, come diceva Mozart, deve essere la chiave attraverso cui leggere ogni giorno il senso della nostra vita. La vita eterna non si raggiunge automaticamente, ma passa necessariamente attraverso il giudizio di Dio, un giudizio certo misericordioso che tuttavia non ci esenta dal compiere le nostre scelte di vita quotidiana con serietà e responsabilità.
Don Guanella nell’operetta “Sulla tomba dei morti” del 1883 scrive che “la vita dell’uomo in terra è un’ora che Dio buono concede perché ci si disponga alla eternità. No, no, non avete in questo mondo città di dimora. Siete pellegrini, dovete affettarvi come pellegrini. Conservatevi sgravati dal peso di peccato, vestite indumenti di virtù, sceglietevi guide celesti, un angelo tutelare, e poi affrettate il passo”.
Noi guanelliani, proprio per fedeltà al nostro carisma dobbiamo vivere, e far vivere a chi sta con noi, questo atteggiamento di consapevolezza della importanza della morte e l’esigenza di prepararsi soprattutto spiritualmente a questa tappa della nostra esistenza. E’ nostro dovere, per fedeltà alla volontà del Fondatore, promuovere questa sensibilità nella gente che accostiamo e interessarci per essere presenti là dove l’uomo sofferente sta giocando l’estrema partita della sua esistenza. Spesso è il momento della solitudine più nera, dove accanto al morente ci sono solo figure interessate per lavoro alla sua salute, ma normalmente senza alcun interesse di affetto e di partecipazione al suo dolore. Papa Benedetto ha infuso speranza in questi fratelli e sorelle nel dolore quando nella notte di Pasqua di qualche anno fa nella Omelia, facendo parlare il Risorto, trasmise quella felice notizia pasquale: “Sono risorto e ora sono sempre con te. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte, là dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce” (Benedetto XVI, Veglia pasquale 2007).
Una volta i giornalisti hanno chiesto a Madre Teresa quale fosse stato il giorno più felice della sua vita? Tutti aspettavano che lei dicesse: il giorno della mia prima professione o il primo giorno in cui uscii dalla mia patria”. Ma lei rispose dicendo: “oggi”, proprio oggi è il giorno più bello della mia vita. Ogni giorno lo vivo con grande cautela e con gioia come se non venisse più nessun domani. Vale dunque la pena vivere la vita con i suoi dolori, le fatiche e le gioie di ogni giorno come se non ci dovesse essere più un domani. Vale cogliere le opportunità che il Signore semina ogni giorno sul percorso della nostra vita, gustarli in pienezza ma come propedeutici a quell’ultimo giorno, a quella tappa della vita così significativa e tremenda allo stesso tempo.
Il Fondatore, parlando del fine primario del nostro Istituto invitava noi religiosi e religiose guanelliani al combattimento quotidiano verso la santità finale; scriveva: “La dottrina dei Consigli evangelici che è il compendio delle virtù esercitate da Gesù Cristo stesso, è divenuta la famosa dottrina dei veri savi e sapienti cristiani e la pratica di questa dottrina, pratica energica sino all’eroismo, pratica perseverante sino alla fine di vita, perfeziona i santi nella Chiesa di Gesù Cristo e li glorifica nel paradiso beato” (DLG, Del fine primario dell’Istituto)
Vale la pena anche lasciarsi ispirare nel vivere così orientati verso la morte da chi ci ha preceduto in questo stesso compito ed è riuscito a viverlo in pienezza. La loro morte ci deve dunque ispirare a vivere l’oggi proiettati all’attesa dell’ultimo giorno, a giocarci completamente nelle esigenze del Vangelo oggi per raccogliere domani, a metterci al servizio degli altri, a riconciliarci con i fratelli e con Dio, per vincere l’odio e raccogliere domani l’amore.
Oggi noi Servi della Carità facciamo memoria del 25° anniversario della morte di don Pietro Rech: prete semplice, gioioso che ha saputo fare della sua vita sacerdotale una dedizione appassionata alla musica e al servizio dell’altare. Semplici compiti: suonare l’organo nelle celebrazioni nella Basilica di San Giuseppe al Trionfale e seguire i ministranti nel servizio all’altare. Ha santificato i suoi ultimi anni di vita e si è preparato all’incontro con il Signore attraverso questo semplice ministero. Quanta è vera la frase di Don Guanella quando diceva: “Non è importante il tanto che si fa, ma è l’amore che si mette nel farlo”.
Un nostro giovane confratello chiamato alla Vita in modo tragico due anni fa, ci testimoniava la sua fiducia nel soccorso divino: “Il giorno della morte di mia madre una donna del mio paese mi ha presentato le condoglianze evidenziando il mio nuovo stato di orfano, ed io mi sentii in quel momento di rispondergli: ‘non sono senza la mamma, non sono orfano. So che la Madonna è la mia mamma e che a lei devo tutto, perché ha camminato con me fino ad oggi. Senza il suo supporto sarei morto”.
Che gli esempi dei confratelli, delle consorelle, dei Cooperatori e dei ragazzi e ragazze delle nostre Case che ci hanno preceduti nel Regno eterno, ci spronino ogni giorno, nel camminare verso il Regno, a fare della nostra vita una sintesi vivente e meravigliosa del dire e del fare del Signore Gesù. Amen.

Omelia XX Capitolo 28 Aprile 2018

Don Umberto: Sia Lodato Gesù Cristo
Assemblea: Sempre sia Lodato
Don Umberto: Beh, non nascondo un po di emozione e di fatica a prendere la parola in questo contesto, però un pensierino semplice penso di poterlo dire e vorrei partire dalla pagina evangelica che abbiamo ascoltato e soprattutto dall’interrogativo che Gesù fa all’apostolo e che mi frulla dalla testa da ieri, quando sono andato a leggere le letture di questa giornata. “Da tanto tempo sono con te e non mi conosci…chi ha visto me ha visto il Padre”. Ed è proprio questo interrogativo che mi ha fatto riflettere nel rileggere brevissimamente il nostro Capitolo nelle sue tematiche come risposta a quell’interrogativo.
Mi è piaciuto un confratello che durante la nostra assemblea ha raccontato un episodio semplice ma che è avvenuto già tante altre volte, la gente che entra in casa nostra e che meravigliata dice: “Ma voi avete qualcosa che non hanno gli altri, c’è qualcosa nella vostra testimonianza che attrae di più degli altri”. Ecco la nostra presenza Guanelliana nelle Comunità sparse ormai nei cinque continenti, suscita interesse, provoca l’interrogativo: “chi è che mi sta davanti, perché agisce così, quale scopo ha posto alla sua vita nel compiere quello che fa”. Se fossimo tutti capaci, e lo siamo in fondo, perché magari è per debolezza o tale che non realizziamo tutto del nostro Carisma ma la buona volontà c'è, se potessimo rispondere, quello che vedi dentro di me, quello che vedi nelle mie azioni, è opera di Dio. E' il Dio che fa il mio Fondatore, perché ecco i tre temi del Capitolo: Carisma, Interculturalità e Profezia, erano le tre tematiche che abbiamo sviluppato in questi giorni, perché ho ricevuto un Carisma, qualcuno in fondo si domanderà, che cos'è il Carisma, giustamente, è un regalo, è un dono che Dio ha fatto a ciascuno di noi, e questo dono, questo regalo lo ha fatto prima al Fondatore, San Luigi Guanella e poi a ciascuno di noi. E in che cosa consiste questo dono, avere un cuore di Padre Misericordioso. Allora ciò che dovrebbe venir fuori, trasparire, inondare le persone che ci avvicinano è proprio questa "paternità misericordiosa" che non è nostra. Ce l'ha regalata Dio, ci ha contraddistinti nei confronti degli altri, attraverso questa "paternità misericordiosa". Questo dono sublime ricevuto dal Fondatore e adesso consegnato con la nostra risposta alla chiamata che Dio ci ha fatto a ciascuno di noi. Che bello allora, pensare spesso a questo dono che ha le sue esigenze, deve essere testimoniato, deve essere vissuto, saremmo provocatori di questa umanità, di questa società, nella misura in cui noi vivremo questo Carisma perché siamo nati per questo, siamo nel mondo per questo, Dio ha inseguito la chiamata alla sequela di Suo Figlio in un contesto umano che portava già dentro di sé la progettualità per questa paternità, allora è una ricchezza in più, è un aumento di grazia è uno specificare meglio un progetto che Dio aveva già depositato come dono della sua paternità nel cuore di Gesù tra di noi. Si, abbiamo risposto quando ci ha chiamato e questo dono ha incominciato a svilupparsi e ad essere testimoniato con la nostra vita. Poi abbiamo parlato della Interculturalità, cioè l'incontro di più culture, e allora pensando a questo tema, certo la pagina evangelica ci presentava gli Apostoli che non arrivavano da continenti diversi, erano racchiusi nel "fazzoletto" della Palestina no? Però avevano caratteristiche diverse, avevano missioni da compiere diverse e non è stato facile sicuramente anche per la prima Comunità di Gerusalemme stare insieme, nonostante avessero come Maestro Gesù di Nazareth. Le difficoltà saranno emerse, e lo dicono gli atti, anche fra di loro. L'incontro di più culture, il bello del Carisma è che il Padre non lo ha dato soltanto a Don Guanella o ai preti italiani della sua terra, ma guarda caso questo amore, questo cuore fraterno di Dio allargato agli orizzonti del dono della paternità misericordiosa al mondo intero. Guardate amici che siete in fondo, guardate che sono qui presenti, membri del XX Capitolo Generale, arrivano da varie parti della terra, ognuno porta dentro di sé descritta la sua cultura, la mentalità uno stile di vita, un riferimento a dei valori recepiti all'interno della propria famiglia e che lo hanno sempre nutrito ma che ad un certo momento no sono più bastati, quando, risposto al Signore che li chiamava, hanno sentito l'esigenza di inserirsi dentro in un grande contesto di Famiglia allargata dove ciò che fa da collante è la Carità, il Vangelo, è Gesù Cristo. Interculturalità, culture che si incontrano per condividere un epicentro che da valore e consistenza in ogni latitudine della terra a quello che siamo chiamati ad essere: Guanelliani. E allora è bello vedere che con lo sforzo, perché non è facile mettere insieme i valori interculturali, però alla luce di questa paternità di Dio, di questo valore del Vangelo, è bello vedere lo sforzo in ciascuno di realizzare quello che il Vangelo ci dice, cercando di interpretarlo e poi di capirlo e poi di applicarlo alla propria cultura, e nasce uno stile di famiglia che è interculturale. Per cui i valori che portiamo dentro e che volgiamo annunciare come Famiglia Guanelliana sono valori trans-culturali, arrivano dappertutto, tutti capiscono e tutti nel servizio del Vangelo sono capaci di applicarli nella propria vita. E poi la terza parolina che è un valore grande è la Profezia e mi sono chiesto: "Chi è il Profeta?", per far capire a voi la in fondo, e i Confratelli lo insegnano bene, qui abbiamo molti sapienti anche nella Bibbia, nella Sacra Scrittura, a chi è in fondo, che cos'è il Profeta, chi è il Profeta, vorrei chiederlo anche ai (10,55?), chi è il Profeta, è uno che parla, è uno che annuncia, cioè dice con una certa forza, valori, messaggi, ma che non sono suoi. Perché tante volte il Profeta soffre in prima persona il messaggio di altri nella sua vita, deve cioè fare una formazione, una educazione all'annuncio che deve dare a se stesso alla propria esperienza. Essere Profezia oggi, è far capire la bellezza di questo Carisma che non è nostro ma è di Dio consegnato a noi e alla gente che vive accanto. Profeta è colui che risolve l'interrogativo del Vangelo. Agisco così perché sono un Guanelliano, riconosco in quell'Uomo, nella sua Profezia, nella sua testimonianza, la Guanellianità, il dono di un Carisma del Padre. Essere profeti oggi alle volte comporta sacrificio, persecuzione e non essere capiti, ma il Profeta che trae forza da Colui che lo ha mandato e abbiamo detto che la sorgente della nostra identità sta nella paternità di Dio che ci accompagna. Quando noi siamo fedeli a questa presenza di Dio, la nostra vita, risplende dice (13,11?), "...diventa trasparenza del dire e del fare di Gesù. Da tempo sono con te non mi hai ancora conosciuto? Chi vede me vede il Padre". E' l'augurio che faccio davvero con tutto il cuore ai miei confratelli che da oggi ritorneranno nelle loro comunità nelle loro Nazioni. Portate via questa esigenza, l'avete detto anche voi con espressioni belle, entusiasmanti, "E' bello essere Guanelliano", il mio compito è far leggere nella mia vita la Paternità di un Dio che ha scelto me per dire ad ogni uomo della terra, soprattutto i più poveri, che sono i prediletti delle nostre attenzioni, c'è Dio che Vi ama, ed io do la mia mano, il mio cuore, la mia mente, la mia parola, perché tu senta la vicinanza di questo Dio Amore. Sarà sempre facile? Non lo so, però rileggendo qualche espressione del Fondatore ieri sera ho voluto cogliere questa che lancio, vivo e bello qui come augurio a ciascuno di noi, proprio sopra di noi nella sua camera, sul letto di morte quando invocava dal Signore l'aiuto per passare da questa vita all'altra e Mons. Bacciarini gli rivolge quell'interrogativo: "Ma ci vuole lasciare?". Don Guanella risponde:"Io devo andare,ed è bene che io vada, ma vi prometto che dal cielo otterrò su di voi attraverso la mia preghiera la benedizione del Signore", sentiamo vivo questo Fondatore, non attraverso di me, io sono un poveraccio, ma attraverso la sua presenza spirituale che passerà attraverso le azioni che insieme al mio Consiglio compirò. Ma ciascun di voi lo senta dentro, siamo tutti figli suoi e che diventi un'esigenza fare amare il Signore come il Fondatore ha sempre detto e ci ha lasciato come eredità. Allora Grazie Don Guanella, grazie a ciascuno di voi che siete qui presenti e che il Signore vi accompagni nel cammino che prosegue.

 

VIDEO DELL'OMELIA 

 

Ottobre Guanelliano: tanti motivi per raccordare la nostra Preghiera…

Cari Confratelli,
E’ iniziato ieri il mese di ottobre, mese tanto particolare a tutta la chiesa per la sua sensibilità mariana e missionaria. Vorrei raggiungervi in tutte le località del mondo guanelliano per offrirvi motivi di impegno nella preghiera in questo mese.

1). E’ il mese della Festa del nostro santo Fondatore e come sua famiglia vogliamo prepararci a questa felice memoria. Ritengo che il modo migliore sia proprio quello della preghiera personale e comunitaria nella fedeltà quotidiana alla recita del santo Rosario. Preghiera tanto cara al Fondatore e tanto inculcata dalla sua spiritualità. Le nostre Costituzioni ce lo ricordano: “Con la chiesa la contempliamo nei suoi misteri e ogni giorno, con il santo rosario, l’Angelus o in altro modo, la invochiamo, gioiosi di averla madre della nostra fraternità” (C.35). Tanto più che Papa Francesco ci ha esortati in questo mese di ottobre a terminare sempre la recita del santo Rosario con l’antifona mariana: “sotto la tua protezione cerchiamo rifugio santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta” e la preghiera all’arcangelo Michele perché difenda la chiesa nella lotta contro il male.
2). Un secondo motivo è la celebrazione del prossimo Sinodo dei vescovi sul tema dei Giovani che proprio domani prenderà qui a Roma il via. “I Giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Tema esaltante ma anche di tanta preoccupazione per tutti. Quella dei giovani e del discernimento vocazionale è una delle priorità sottolineata dai nostri ultimi Capitoli generali e provinciali. I giovani ci stanno davvero a cuore, ma non sempre sappiamo come stare con loro, cosa fare per loro, come farli entrare nelle nostre comunità rendendoli anche protagonisti, come camminare loro accanto nella ricerca della volontà di Dio su di noi e su di loro. D’altro canto il discernimento è proprio un imparare a decifrare come Dio mi si comunica e mi salva. Teniamo presente in questi giorni questo appuntamento così importante e affidiamolo a Maria madre della Chiesa.
3). Un terzo motivo di questo raccordo di preghiera è la salute di un nostro caro confratello colombiano: Vargas Villamizar Ruben Dario. Professo perpetuo dallo scorso mese di maggio, si trova nella comunità di Madrid, per motivi di salute. Sottoposto già a vari interventi chirurgici per cercare di sradicare un tumore, Ruben sta combattendo la sua battaglia con serenità e grande testimonianza di fede per chi lo va ad incontrare.
Vogliamo portare alla vostra conoscenza anche la stessa malattia di una cooperatrice di Madrid, la signora Amparo Fernandez, moglie del presidente del gruppo dei Cooperatori della Spagna. Affidiamo questa duplice intenzione alla intercessione di Fratel Giovanni Vaccari. La Provincia Nostra Signora di Guadalupe ha lanciato l’iniziativa di pregare una novena in questo mese di ottobre per questo motivo. Raccogliamo come congregazione questo invito lasciando ad ogni comunità organizzarsi come crede più opportuno.
4). C’è anche una quarta intenzione. La prossima domenica, 7 ottobre, si inaugurerà il Centro Missionario Guanelliano (CMG), voluto dal nostro XX CG con questa motivazione: “Organismo dipendente dal Consiglio generale e in rete con le Province e la Vice Provincia, atto a mantener desta la sensibilità missionaria della chiesa in tutte le aree geografiche della Congregazione e, quando necessario, a sostenere le realtà che necessitano di aiuti”(Mozione 9). Chiedo ad ogni Provincia di rendersi collaborante con il CMG e di sostenerne l’inizio e lo sviluppo. Direttore sarà don Luigi De Giambattista, segretario don Adriano Folonaro e l’ufficio centrale sarà presso il nostro Seminario teologico di Roma. Anche le nostre Suore hanno espresso soddisfazione e volontà di entrare in gioco con noi in questa bella esperienza di animazione missionaria. Affido alla vostra preghiera tutti i confratelli missionari lontani dalla propria Patria, e spesso anche in difficoltà di salute e di possibilità economiche. E’ vero che ognuno di noi è missionario là dove vive e opera, ma vorremmo tener presenti in questo mese specialmente quelli che vivono lontano, ancora in difficoltà ambientali, culturali, economiche. Siamo vicini a loro con l’affetto dell’essere unica famiglia e dell’appartenerci vicendevolmente.
Grazie confratelli per quanto impegnerete della vostra preghiera in questo mese di ottobre per queste intenzioni. A tutti un cordiale saluto e l’augurio di bene a nome del Consiglio generale.

Roma, 2 ottobre 2018 – Santi Angeli custodi

Padre Umberto.

Omelia Professioni Perpetue 26 Maggio 2018

“Voglio essere spada di fuoco nel ministero santo”. Così il nostro Fondatore 152 anni fa esprimeva il suo proposito all’inizio del suo ministero.
Voglio essere: c’è tutto lo slancio di un uomo che si impegna con un ordine, con una linea, seguendo una traiettoria ben precisa. Vi è una proiezione di identità, vi è la domanda interiore: “ma io chi voglio essere?”.
“Spada di fuoco”: indica la lotta, il sacrifico, la determinazione, il coraggio, lo zelo, il rischio. Non una vita spenta, sempre in difesa, a proteggere comodamente se stessi e vissuta pigramente a toni bassi, ma una dedizione pari al martirio.
Sono le prime professioni perpetue che ricevo all’inizio del mandato di superiore e Gioia e trepidazione sono compresenti nel mio cuore. Sono come le emozioni di un padre quando suo figlio vive una tappa importante della sua vita per di più con alcuni di voi ho proprio condiviso gomito a gomito questi ultimi tre anni della vostra avventura. Cosa posso dirvi? Qualcuno di voi potrebbe rispondermi: gli ormai proverbiali due punti di riflessione come in tutti i giorni del nostro cammino. Sì certo vi offro due punti di riflessione:

1). Cosa vi offre la Congregazione da oggi
2). Cosa dovete offrire voi da oggi alla Congregazione.

1). C’è un immagine biblica che rende l’idea. Quella del roveto ardente. Mosè togliti i calzari perché la terra che stai per calpestare è terra santa, è terra di Dio. Lo vorrei ripetere a ciascuno di voi cari professandi: state attenti la Congregazione nella quale oggi entrate a far parte in modo definitivo è terra santa, è terra di Dio. E’ progetto del Signore e non di uomini. Come ogni carisma è nata nel cuore del Padre, viene donata dallo Spirito alla sua Chiesa al mondo intero; è la sua risposta ad una invocazione umana di soccorso che Lui ha voluto ascoltare. E don Guanella l’aveva intuito molto chiaramente: tutto è di Dio, niente è mio! E’ Dio che fa!
E’ terreno dissodato e coltivato dal Signore; terreno che ha già prodotto frutti meravigliosi di santità: pensate solo a questa Casa, tra queste stesse mura quali miracoli di santità sono sbocciati: il Fondatore, Chiara Bosatta, Bacciarini, Marcellina, Leonardo e Alessandrino Mazzucchi e tanti altri anche altrove nel mondo, per tutti ricordiamo Fratel Giovanni Vaccari…oggi risplendono ai nostri occhi perché hanno calpestato questa terra dissodata da Dio. Le loro radici di sono innervate tra le zolle di questo carisma, di questa spiritualità che oggi vengono offerti anche a voi come patrimonio spirituale di valore. E’ dunque cammino sperimentato di santità, di perfezione. E’ quanto di più grande e bello abbiamo, è nostro e ve ne rendiamo partecipi, protagonisti.
Ma oggi alla distanza di anni che tipo di terreno è quello della Congregazione? Terreno mischiato di umanità e di santità. C’è l’apporto del Signore e c’è la nostra miseria che come gocce di sudore durante il lavoro della vita vanno a cadere e penetrare questa terra di santità che Dio ha preparato per noi.
Ma non vi preoccupi questo fatto cari fratelli professandi in perpetuo e voi che rinnoverete per un anno ancora la vostra dedizione, ma nemmeno a noi che ha tanti anni ormai siamo guanelliani/e. Non ci preoccupi! Vi scrivevo nella mia prima lettera pubblicata ieri a ricordo di questo anniversario del Fondatore che è proprio questa miseria, questa non perfezione che ha suscitato l’incarnazione del Signore, che ci fa scendere in campo come buoni samaritani l’uno dell’altro. Non c’è sempre perfezione tra noi e in noi è vero, ma tendiamo tutti, con fatica e dedizione quotidiana a questa meta. E questo è positivo!
2). Non entrate in questa Famiglia a gamba tesa; non dite come tanti prima di voi: da oggi si cambia, si gira pagina. E’ nata un’era nuova! Questa Famiglia ha 100 anni e più di vita, ne ha passate di purificazioni e ristrutturazioni. Ha vissuto tanti cambiamenti, si è trasformata. Si è sforzata di diventare più bella, più buona e tante volte c’è riuscita! Pensate a quante volte si è rimessa in campo nella novità della vita perché il Signore glielo esigeva, la chiesa, il mondo glielo suggerivano.
Chi sono i confratelli con i quali siete chiamati a vivere, a lavorare, a soffrire? Sono chiamati come voi, uomini con fragilità e potenzialità indescrivibili. Sì sono anche peccatori, ma che perdonati si sono rialzati in piedi e puntano decisamente verso il più, il meglio come si convieni a dei risorti con Cristo. Costruirete le vostre giornate nelle nostre comunità insieme ad uomini, a consacrati ormai convinti che gettare la spugna, vivere da sconfitti non fa parte della nostra identità guanelliana. Religiosi coraggiosi, intraprendenti, che non si arrendono mai, che hanno sempre di scorta nel cuore un motivo di speranza in più. Per questo dovete amare la nostra Famiglia, dovete sostenerla e continuamente promuoverla. Quante volte vi verrà la voglia, e forse ne avrete anche motivo, di criticarla, di non essere sulla sua stessa lunghezza d’onda, tranquilli! Importante che non vi separiate mai da lei, non coltiviate nel cuore sentimenti di rifiuto, non vi lasciate prendere dal diritto di avere sempre ragione voi e torto gli altri.
Uno dei miei predecessori affermava con orgoglio: nel mio mandato non ho mai firmato un assegno bancario. Vero, giusto riconosco l’aspetto della testimonianza della povertà vissuta da quel nostro Superiore. Io invece non vorrei mai arrivare a dover firmare decreti di richiesta di abbandono di qualcuno della famiglia, di qualcuno che afferma che non può più stare con noi e cambia casa, cambia famiglia, quando magari non tradisce o rinnega quanto ha ricevuto dalla nostra famiglia. Qualcuno che se ne va magari deluso nelle sue attese di figlio, di fratello. Riterrò questa esperienza sempre una sconfitta per la mia paternità, per la vostra fratellanza. Quando un figlio se ne va di casa, e la parabola evangelica del Figlio prodigo fa da confronto, è sempre una sconfitta per il padre, per la famiglia: vuol dire che non abbiamo fatto tutto e tutto il bene possibile per convincerlo dello sbaglio, per orientarlo diversamente.
Quella benedetta correzione fraterna, tanto raccomandata fin dalle prime battute della chiesa, sforziamoci di applicarla ai nostri giorni come metro di dialogo, di aiuto al fratello. Oggi ho bisogno io, domani hai bisogno tu di parole alle volte anche severe, ma frutto dell’amore che ti voglio, del bene che spero sempre per te.
Catechesi del Papa sul matrimonio: il segreto che ci aiuta a superare e vincere tutto: è perché ci amiamo!
Oggi, allora, entrate sì da figli amati e desiderati in questa casa, ne avete tutti i diritti e lo diremo tra poco nella liturgia della professione, ma amatela questa famiglia, amate la vostra comunità, qualunque sia, dove approderete per obbedienza e non perché avete scelto di stare con quel confratello o con quell’altro e non perché siete di quel popolo o di quell’altro. Non trattatela da albergo che vi serve solo per mangiare, dormire, farsi accudire quando siete malati. Amatela donando voi stessi, sacrificando voi stessi per lei, perdendovi nel vivere la carità di persona e vi ritroverete vivi nella carità per eccellenza che è Cristo Gesù. Amatela nella sua missione, per i beniamini che accudisce con delicatezza nelle sue case. Diventino anche i vostri beniamini, perché sono i beniamini di quel Dio per il quale avete appena detto che tutto vi è parso inadeguato di fronte alla conoscenza e all’amore di Gesù!
Cari parenti di questi confratelli presenti e lontani, nelle terre da cui provenite, col pensiero e il cuore oggi qui accanto ai vostri figli che diventano anche nostri figli: grazie per aver donato alla nostra famiglia religiosa questi prediletti, giovani buoni e forti: diventano la nostra speranza oltre che la vostra per un futuro di pienezza e di felicità per voi e noi insieme.
E voi consorelle e amici qui presenti che ci volete bene perché avete colto la ricchezza del dono che lo Spirito ha seminato nei nostri cuori di Servi della carità: continuate a pregare per noi. Il sostegno della vostra preghiera, dell’affetto e della stima ci impegnano ancora di più a fare del nostro cuore il cuore del mondo intero.
Siamo in tanti questa mattina in questo Santuario: oso una proposta: fino a quando ci ricorderemo e ne saremo capaci ogni giorno preghiamo un’Ave Maria per questi nostri figli perché sappiano riconoscere ogni giorno il miracolo della presenza di Dio nella loro vita. Amen.