Riflessioni del Superiore Generale - Opera don Guanella

Servitori dell'Annuncio

 

Cari confratelli oggi professi perpetui, domani diaconi a servizio della chiesa e del nostro mondo. Sicuramente il cardinale De Donatis domani commenterà le letture di questa domenica in Albis, domenica della Misericordia come l’ha voluta chiamare San Giovanni Paolo II°.
A me permettete, in questa riflessione, di prendere in prestito una paginetta pubblicata tanti anni fa sull’Osservatore Romano a firma di un nostro confratello di cui celebreremo nel prossimo mese di giugno il 100° della nascita: don Attilio Beria (Pavia, 21,22,23 giugno 1919).
Ho ricevuto, insieme a tanti di voi, questo scritto come augurio da una nostra cara consorella guanelliana, tanto attenta al pensiero di don Attilio, lo scorso 24 marzo e ho pensato, quasi a gratitudine del suo servizio così profondo, serio e competente fatto alla Congregazione e alla chiesa, è stato bibliotecario privato di Paolo VI e da lui definito intelligente collaboratore della Santa Sede, di consegnarlo a voi, giovani confratelli guanelliani, che affrontate l’avventura stupenda di essere servitori dell’annuncioe testimoni del Risorto.
Ho colto quattro aspetti di questa riflessione di don Attilio Beria per offrire a ciascuno di voi un tracciato sicuro per il cammino già iniziato da tempo con la chiamata che il Signore vi ha rivolto, ma che da oggi assume maggior responsabilità: consacrati per sempre, appartenenti a Dio in eterno, al servizio di Dio e dell’uomo con tutta la vita e per tutta la vita.
1). Ascolta con uguale orecchio il Dio vivente e l’uomo vivente.
Quanta sapienza in questo consiglio: siete stati tratti da Dio da in mezzo agli uomini e costituiti da Dio a favore degli uomini (Lettera agli Ebrei). Papa Francesco ce lo ha ricordato proprio nella Messa del Crisma di quest’anno: “Unti per ungere. Ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore”. In questo ambito, non in altri si dovrà giocare tutta la vostra esistenza. Dio e l’uomo dovranno sempre e comunque trovare accoglienza e ascolto vero, profondo, disponibile nella vostra vita. Quanta guanellianità vi leggiamo in questo augurio: don Guanella è l’uomo che ha saputo coniugare con eccellenza l’ascolto di Dio e del povero. La voce del povero nella sua esistenza si è sovrapposta e identificata a quella del suo Signore. Vi avverte don Attilio che arriverà il momento anche per voi che in questa fusione di ascolto diventerà anche difficile distinguere la voce di Dio da quella dell’uomo. Non abbiate paura: in quella tappa le parole che allora ascolterete “saranno dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo”.
2). Parla con Dio prima di parlare di Dio
Il secondo consiglio tratto dallo scritto di don Attilio è quello di “parlare con Dio, prima di parlare di Dio”. Sì avete studiato teologia e tutti avete superato sia il corso fondamentale come la specializzazione con ottimi risultati. Siete quasi tutti ormai dottori in sacra teologia! Ma è di un'altra sapienza che avete diuturno bisogno: conoscere e fare la volontà di Dio. L’ascolto di Dio, l’apertura del cuore, più che dell’orecchio al suo progetto d’amore su di voi, vi renderà veri sapienti, certamente più di quanto vi hanno dato le l’Università. Vi ricordate i profeti? Voi, dopo che con il Battesimo, lo diventerete nella realtà da domani nel ministero dell’Ordine sacro: persone che sono animate completamente dalla Parola e dalla volontà di colui che vi manda. Servitori di un altro: di Gesù Cristo appunto, il Dio vivo, il Risorto da morte, Colui che è sempre presente in mezzo a noi. E’ allora indispensabile sapere cosa vuole lui da te e cosa vuole dagli altri ai quali ti manda. Tu non lo sai ancora, ed è proprio in questo ascoltare, meditare, contemplare e ruminare la sua Parola che diventerà fecondo il tuo dire e il tuo fare. Mi ricordo una frase tanto sapiente di una immaginetta della professione perpetua di una suora: Parlami, Signore, e io vivrò! Come all’inizio dei tempi quando Dio ha parlato e creato nello stesso tempo, solo pronunciando la Parola, incarnando concretamente la sua volontà. Pensate alla sofferenza di tanti santi quando Dio non parlava loro, quando apparentemente c’era aridità nella loro vita, quando Lui sembrava lontano, muto, distratto su ciò che a loro capitava. Celebreremo lunedì la Beata suor Chiara: è una di questi santi. Parlare con Dio è indispensabile, dunque, per poter parlare agli uomini di Lui.
3). Impegnati con tutto te stesso, con audacia, dominio di te, libertà. Non dimenticare un pizzico di humour come segno di distacco, di coscienza di essere servo inutile.
Eppure non tutto dipende solo dal Signore. In parte molto dipende anche da te, uomo, confratello, ministro, consacrato. Non ti è lecito essere trasandato nel ministero, nel servizio, nella preghiera, nella vita spirituale, nella carità. Certo dovrai combattere perché mai nessuno vi dirà che consacrare la vita a Dio, appartenere a Dio, essere a disposizione di Dio è cosa facile, non costa nulla. Sarebbe uno sprovveduto chi vi ha fatto o vi farà un simile discorso. Stare dalla parte di Dio costa fatica, dominio di sé, impegno a non lasciarsi condurre dai propri limiti e fragilità, è combattimento, è vittoria da riportare tutte le volte. Essere casti, poveri obbedienti non è vita da smidollati, da superficiali, da disimpegnati, da qualunquisti. No! Costa, costa! E’ vita da forti, da tenaci, da perseveranti, da costanti, da innamorati.
Don Attilio vi suggerisce di fare una risata qualche volta sui vostri limiti. Nessuno è perfetto e saperlo riconoscere è maturità, anche nella fede. E’ riporre fiducia e confidenza in Uno che ha vinto il mondo, il peccato, la morte e sta accanto a noi perché dove non arriviamo noi, arriva Lui.
4). Il seme è gettato, ora tocca a un Altro di farlo fruttare. Prega per coloro che ti hanno ascoltato perché la Parola sia in loro feconda.
Dopo che tu hai fatto tutto quello che dovevi fare, da protagonista anche, ritorni ad essere servo inutile, servo che non può mettere in campo pretese, guadagni da riscuotere, posti di rilievo da esigere come ricompensa. Hai fatto semplicemente quello che avresti dovuto fare e niente più. Capite miei cari giovani confratelli che se non sarete capaci di mettere in campo ogni volta il per chi avete fatto ciò che avete fatto, qualche volta sarà dura davvero accettare la sconfitta, abbassare la testa e ricominciare da capo senza aver ricevuto sul petto nessuna medaglia al valore da mostrare orgogliosi agli altri. Ma noi dobbiamo essere quelli della logica:…”e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà”.
D’altro canto diventa chiaro fin da ora che è Lui che deve crescere, non noi. Don Guanella ci ha educati a vivere con attenzione e impegno fino a mezzanotte, dando il massimo delle nostre capacità, ma poi andiamo pure a dormire, prendiamoci pure il riposo, lasciamo la scena con la certezza che Colui che veglia su di noi e sul mondo porterà a termine e nel migliore dei modi quanto da noi magari appena abbozzato.
Stupendo il consiglio finale di don Beria: prega per coloro che ti hanno ascoltato o incontrato nel tuo ministero perché ciò che hai seminato diventi fecondo. Impariamo cari confratelli a vincere l’individualismo e l’autoreferenzialità con il coinvolgimento di Dio nel nostro esercizio, qualunque esso sia. Sarai Superiore, parroco, direttore di attività, economo, padre spirituale, semplice confratello di una comunità, ricorda sempre: nessuno ti appartiene, gli altri sono tutti di Dio, i progetti che ti trovi tra le mani sono di Dio, non sei padrone di niente e di nessuno, ma servo di Dio e di tutti. Questa è la prospettiva che piano piano dovrà anche diventare entusiasmante! Al termine di ogni azione di carità prega per le persone che ti hanno ascoltato o incontrato o che tu hai servito, chiedi allo Spirito che quanto seminato in loro giunga a fruttificazione abbondante.
Certo voi entrate, oggi, in questa grande famiglia di don Guanella, 600 confratelli, 24 nazioni nelle quali siamo presenti; vi entrate a pieno titolo con la professione perpetua, ma dovete sapere da subito molto bene che non tutti quelli che ci sono già dentro sono santi! Incontrerete insieme ai santi tanti poveri, tanta miseria umana e spirituale anche tra le fila di coloro che vi hanno preceduto in questa avventura. La fragilità alberga anche nelle comunità guanelliane della nostra Congregazione, tra di noi, non ne siamo immuni!
Che fare allora…adeguarvi allo stile che troverete. Dio ve ne liberi, cari confratelli neo professanti. Davanti a lui non sarete mai giustificati dal solo fatto che gli altri fanno così, che chi dovrebbe darvi l’esempio alla fine non ve lo da! A Paolo Cristo ha detto un giorno: “Ti basta la mia grazia!”.
Dallo Spirito, oggi, siete messi nella pasta della nostra Congregazione non come semplice acqua per impastare la farina, ma come lievito, che la deve far elevare e rendere pronta a compiere quella volontà che gli verrà chiesta dal Signore; e il lievito non va mai a chiedere alla farina se vuole o non vuole lievitare, la fa lievitare e basta! Che decisione meravigliosa e profetica la vostra di questa sera con la professione religiosa: sono lievito che farò comunque lievitare la Congregazione e non perderò per nessuno motivo il valore profondo che ho ricevuto da Dio come dono e che devo trasmettere come Suo regalo agli altri.
Auguri, cari confratelli professanti, permetteteci di sognarvi così e a voi la nostra gratitudine eterna se così sarete davvero in mezzo a noi. Amen.

Padre Umberto Brugnoni

 

Auguri di Pasqua

Cari confratelli,

un breve pensiero di augurio e prospettiva per vivere concretamente la Pasqua del Signore in noi stessi e nelle nostre relazioni comunitarie. Non può che essere giocato questo augurio sulla carità che è il cuore per eccellenza del nostro carisma e spiritualità.
La carità è anzitutto «elezione», cioè amore che chiama e sceglie un popolo in vista di un progetto (cf. Ef 1,4). Cogliamo già in questo schema teologico i due aspetti contenuti nel concetto di agapē: da una parte l’iniziativa divina e dall’altra la risposta vocazionale affidata alla libertà umana. Se vuoi….
La dinamica della carità, non è più un dovere legale, ma personifica essenzialmente Cristo. In Rm 5,8 si afferma: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi».
L’avvenimento della salvezza è realtà da cui nulla potrà mai più separarci (cf. Rm 8,31-39): la carità si colloca nella connessione tra cristologia e soteriologia, a tal punto che Paolo definisce l’agapē «frutto dello Spirito» e soggetto delle relazioni ecclesiali (cf. 2Cor 5,14), a cui ciascun credente deve aspirare come alla «via più eccellente» (cf. 1Cor 12,31).
La carità rivelata nel mistero pasquale ed accolta nella fede diventa dinamica spirituale nel cuore dei credenti e «riassume» tutti i precetti della legge: «Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,9-10). L’Apostolo Paolo raccomanda l’«amore reciproco e fraterno» (1Cor 9,20s.; 10,24; 13,5; Gal 6,2; Rm 12,10; 1Ts 3,3,12) ricordando che solo mediante la carità si vive il servizio (Gal 5,6.13) e si cresce nella vera ricchezza di Dio (Fil 1,9). La carità è il cuore della Chiesa e della nostra missione.
Buona Pasqua, confratelli, nell’impegno di vivere il meglio possibile la carità. Auguri!

Padre Umberto Brugnoni

Saluto a Don Ruben Dario Vargas Villamizar

Carissimi Confratelli, Consorelle, Laici guanelliani,

All’inizio di questo anno nuovo il saluto e l’augurio della pace e della serenità di Cristo.
All’alba del 6 gennaio scorso, giorno della Epifania del Signore, si è spento nell’ospedale di Moncloa di Madrid il nostro giovane confratello don Ruben Dario Vargas Villamizar. Aveva 45 anni e da 42 giorni era sacerdote del Signore. Questo giovane confratello, per il quale abbiamo tutti pregato in questi mesi della sua sofferenza e calvario, è passato in mezzo a noi lasciando in dono serenità e pace del cuore.
Dopo aver frequentato gli studi di filosofia e parte della teologia in Colombia, suo Paese di origine, era stato mandato dal Superiore provinciale a Madrid per l’esperienza del tirocinio e lì incontra e incomincia a vivere la salita al calvario nella sofferenza. Un tumore si presenta sulla sua gamba sinistra prima in forma minuscola e poi sempre in maniera più evidente. Visite all’ospedale, quattro interventi chirurgici, chemioterapia che produce sul suo volto e sulle sue mani piaghe dolorose e insopportabili. Ho visto alcune foto di quei giorni e mi è sembrato spontaneo paragonarlo al povero Giobbe.
Ha continuato, ciò nonostante, a vivere il suo servizio sia con i ragazzi di Avventura 2000 che nella nostra parrocchia san Joaquin come catechista.
In accordo con i suoi Superiori ha professato i voti religiosi in perpetuo il 26 maggio 2018 nella ricorrenza dell’Ordinazione sacerdotale del Fondatore san Luigi Guanella.
Intanto il male, purtroppo, continuava il suo percorso espandendosi in diverse parti del suo corpo. Più volte ha dovuto ricorrere ai medici e all’ospedale per essere un poco sollevato dal dolore.
In accordo con il cardinale di Madrid si è pensato di arricchire la sua vita così provata con il dono del sacerdozio e proprio nella solennità di Cristo Re dell’Universo, lo scorso 25 novembre 2018, il vescovo ausiliare di Madrid, grande amico della nostra comunità lo ha ordinato diacono e sacerdote nella stessa liturgia eucaristica.
In quella occasione don Ruben volle parlare con il Consiglio provinciale e il Padre generale presenti in Madrid per la sua ordinazione.
Con tanta serenità e pace del cuore comunicava la sua convinzione che il male lo stava portando al termine del suo cammino, la disponibilità a offrire la sua vita per il bene della Congregazione. Comunicò anche il suo desiderio di poter essere sepolto nella tomba dove altri confratelli guanelliani già riposavano nella pace e in attesa della risurrezione.
Il giorno 25 novembre fu una giornata di grande manifestazione di fede sia da parte di Ruben che del popolo della nostra parrocchia accorso numeroso per stringersi attorno a lui. Era felice, e lo manifestò più volte e in più modi quel giorno, per il regalo che indegnamente gli era stato fatto dal Signore e dalla chiesa.
Il giorno dopo celebrò la sua prima Messa nella semplicità di un giorno feriale, con poca gente, ma con tutta la sua attenzione e partecipazione al mistero che si stava realizzando nelle sue mani. Ringraziò ancora Dio e tutti noi presenti per il dono ricevuto.
E continuò questa serenità e dedizione nel celebrare la cena del Signore fino all’ultimo giorno della sua vita. La sera del 5 gennaio scorso aveva infatti presieduto la Messa della vigilia dell’Epifania con la solita gioia e passione spirituale.
Poi durante la serata un suo improvviso malessere ha costretto i confratelli a ricoverarlo d’urgenza all’ospedale dove, dopo meno di 30 minuti, rendeva la sua bella anima a Dio-Padre.
La stessa sera della Epifania il saluto, nella celebrazione eucaristica, di tanti fratelli e sorelle che gli hanno voluto bene. La presenza del suo vescovo consacrante che commosso ha esordito: pochi giorni fa ti ho trasmesso lo spirito dell’ordine sacro ora ti immetto nella realtà del cielo a contemplare per sempre Cristo sacerdote.
Le ceneri di don Ruben raccolte in un’urna, come desiderato da sua madre, partiranno per la Colombia nei prossimi giorni. Desiderava tanto far visita alla sua famiglia e al suo popolo come sacerdote per una celebrazione eucaristica con loro, ora li raggiunge per restare sempre con loro come seme fecondo di fede e di amore.

Quale la sua eredità spirituale, amici?
1). Fede in Dio Padre-provvidente
2). Amore alla Congregazione per la quale è stato pronto al sacrificio della vita
3). Soffrire nel corpo ma con la serenità sul volto
4) Teso con speranza verso l’incontro felice con Dio Padre.

Ha terminato la sua corsa proprio all’alba della grande solennità della Epifania; ha voluto seguire la sua stella che attraverso tante vicende lo ha condotto fino alla sua Betlemme. Là dove appunto la stella si è posata, don Ruben ha voluto entrare per restare sempre con il suo Signore.
Grazie Ruben per la tua preziosa testimonianza.
La tua Famiglia religiosa è fiera di averti avuto come figlio in questi anni del tuo cammino vocazionale ed è orgogliosa oggi di presentare te come esempio a chi resta ancora sul cammino dietro la propria stella in attesa del grande incontro della eternità.
A te affidiamo l’intera Famiglia guanelliana sparsa in tutto il mondo. Intercedi per lei presso il Padre perché sappia effondere sugli uomini che incontra e serve l’amore paterno e misericordioso di Dio.
Riposa in pace Ruben in attesa della Risurrezione finale.
La tua Famiglia religiosa.

Roma 9 gennaio 2019

Padre Umberto.

5 Aprile 1886

Confratelli, Consorelle, Cooperatori e laici legati a noi in qualunque modo.

Nessun giorno è qualunque, perché ogni giorno porta con sé una grazia speciale, ma il 5 aprile per chi ama don Guanella è memoria di un gesto talmente efficace che arriva ancora a noi dopo 133 anni, da quel 1886.
Un gesto in sé semplice, impercettibile ai più e modesto, molto modesto nella forma. Ma nella sua profonditá veniva da speranze, lacrime e tentativi lontani.
Quella sera partiva dal porticciolo di Pianello Lario il primo gruppo che avrebbe dato vita alla Casa Madre di Como, stabilendosi in quella che don Guanella chiama in quasi tutte le memorie ‘la casetta’.
Cosí iniziano le opere di Dio, ci ricorda il Fondatore, con poco e senza clamori perché chi vuole essere segno del Regno di Dio non deve solo avere chiaro il fine da raggiungere -l’annuncio del Vangelo ai poveri- ma anche la strada da percorrere per arrivarci e la strada non deve mai essere quella della potenza di mezzi e strutture o del clamore delle grandi pubblicità, ma quella della povertà.
Da anni i Consigli generali dell’Opera stanno perseguendo nelle nuove fondazioni questo criterio: le nostre devono essere, almeno in partenza, casette, con piccoli servitori e senza grandi apparati, poi la Provvidenza aprirà la strada per essere segno evidente e attraente, sempre a gloria di Dio. Non ci disturbi e limiti la povertà di mezzi, strutture e personale, anzi!
È ciò che vorrei ricordare a me stesso e a tutti voi in questo 133º anniversario della barca che da Pianello partì per Como. Don Guanella lo aveva codificato con le famose 4 ‘f’: fame, freddo, fumo, fastidi. Fuori da questo schema il rischio potrebbe arrivare fino alla idolatria dei mezzi e quindi del potere e quindi del denaro, che non si addice ai discepoli di Cristo.
Dio guarda all’offerta di noi stessi non alla potenza dell’apparato e quando don Guanella racconta degli inizi unisce sempre il ricordo di un’offerta di sé “fino allo stremo delle forze”.
Auguro a tutti di ripensare oggi con una certa inquietudine questo spenderci “fino allo stremo delle forze” e il resto lo fa Dio, portando a compimento le nostre azioni.
Buon anniversario e auguri soprattutto a coloro che hanno il privilegio e il compito di servire nella Casa Madre delle nostre opere e a Pianello Lario.

Roma, 5 aprile 2019

Padre Umberto

Saluto a Don Pietro Pasquali

“Ti rendo lode, o Padre” (Luca 10)

Signore Gesù, che tornerai alla fine dei tempi e che sempre ritorni per chi ti cerca, ecco la tua famiglia riunita per un atto di fede nella tua vittoria sulla morte, ma anche per un impulso d’amore e di riconoscenza.

Ecco don Pietro, qui c’è solo una parte della Famiglia di don Guanella, della tua famiglia per la quale sei stato un segno, aprendo cammini a volte nuovi, altre volte già battuti, ma nascosti dalle erbacce, sempre col tuo passo da camminatore, come quando salivi le creste dei Monti che tanto amavi. Capo cordata e guida sicura, posta dalla Provvidenza per dare sicurezza e slancio ai nostri cammini. Qui c’è solo una parte, ma nei cinque continenti oggi la voce dei figli e delle figlie di don Guanella dice le parole del Salmo responsoriale che abbiamo appena pregato, pensando a te.

(Salmo responsoriale)
“Dio, dà al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; regga con giustizia il tuo popolo, i tuoi poveri con rettitudine”. È la descrizione di un sogno; il salmista sa che la terra di Israele è piccola, minacciata dai popoli confinanti, spesso malgovernata dai propri re. Allora invoca il Signore: “Mandacene uno degno. Donaci uno che governi con onestà e giustizia”. Chiede un capo per il suo popolo che non governi solo “in nome di Dio”, ma “come Dio vuole”. Un re così non viene dalla successione dinastica, è solo dono di Dio. Questo è stato per noi don Pietro. Una guida regalata da Dio.
Per arrivare ad essere il capo che la Provvidenza voleva, ha dovuto lavorare anzitutto su di sé, sul suo carattere stagliato e forte, sulla sua personalità solida e granitica. Ma anche sul patrimonio affettivo e culturale ereditato dalla sua generazione, sulla formazione ricevuta.

Don Pietro nasce tra le due Guerre mondiali, si forma e diventa prete prima della riforma conciliare, insegna ed entra nel mondo del governo proprio durante gli anni della contestazione e della rivoluzione pastorale voluta dal Vaticano II, è chiamato a partecipare in prima persona a tutto il lavoro del rinnovamento della vita religiosa, dei testi costituzionali e della definizione della nostra identità di guanelliani nella Chiesa e nel mondo.
Per lui che era essenzialmente uomo di tavolino, metodico e ordinato, fu una rivoluzione esporsi a viaggi, a climi più disparati, cibi, orari, lingue, abitudini, stili propri delle terre che visitava. Eppure sotto la sua guida si aprirono frontiere nuove della nostra missione: Messico, Colombia, India, Nigeria, Filippine…i primi sondaggi in Polonia.
Pietro Pasquali che aveva 4 anni quando morì suo papà e che crebbe senza padre, è stato chiamato da Dio ad essere il padre generale, cioè il padre di tutti, di tutto. Così sono i disegni di Dio…

(Prima Lettura)
Chi ha facilitato il cammino di don Pietro? Dove ha attinto grazia e sapienza per trasformare il suo cuore e servire da padre la sua famiglia?
Lo Spirito Santo, nelle sue rinnovate effusioni e nella trama del suo percorso umano, è andato modellando l’uomo don Pietro e la sua opera, come capita sempre per gli eletti di Dio. Lo dice la lettura di Isaia di questa liturgia di Avvento: “il virgulto di Iesse” che vede posarsi su di lui lo Spirito che cura ogni paura e aiuta a superare le barriere dentro e fuori.
Tu, Padre, che “nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo”, come diremo fra poco consacrando il pane e il vino, nella stessa potenza donaci oggi occhi per vedere e orecchi per udire perchè la morte di don Pietro, nostro superiore generale, sia occasione di esultanza e non di lutto, la stessa esultanza per cui il tuo Figlio Gesú proruppe nella preghiera sorprendente riportata dal Vangelo di oggi.

(Vangelo)
Curiosamente la preghiera dell’esultanza di Cristo non nasce dal trionfo e dal successo, dalle cose che vanno a gonfie vele e dalla vittoria su ogni contrasto. Gesù è appena tornato dalla missione, ha annunciato la parola, ma il fallimento si presenta solenne. Il Messia inviato a predicare la notizia bella è snobbato e scaricato dalle elites del paese. E come reagisce Gesù al fallimento? Al suo essere scartato e ignorato?
Loda il Padre perché ha scelto altri destinatari, loda il Padre perché ha le sue vie, loda il Padre perché ha gusti diversi e preferisce il piccolo al grande. Il sapore guanelliano di questa pagina è incantevole. Una delle frasi più citate da don Guanella, quando il mondo gli faceva notare la compagnia dimessa, povera, a volte ridicola che lo circondava era “infirma mundi elégit Deus”. La compagnia del Figlio dell’uomo è la compagnia dei nullatenenti. Dei poco colti, poco furbi, poco capaci, poco importanti. Oggi il Signore Gesù, celebrando il congedo di questo nostro padre e maestro, ci chiede di pregare il Padre con le sue stesse parole:
“Ti ringraziamo Padre, perché ti è piaciuto distribuire tra noi le tenebre e la luce, la finezza di spirito e l’ottusità, l’intuizione rapida e l’incomprensione più totale, non secondo le regole mondane
che danno vantaggio ai ricchi di risorse e di appoggi, ma secondo un ordine nuovo che viene dal tuo disegno nuovo”.
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Don Pietro, nella tua famiglia, nella nostra famiglia, anche oggi non mancano le perle e le soddisfazioni. C’è tanta luce fra noi. Ma anche gli insuccessi e gli smacchi sono molti e molto evidenti.
Anche noi ci misuriamo con un panorama che non sempre suggerisce la lode e l’esultanza, circondati da povertà di ogni tipo, personali, strutturali e circostanziali. Mettici sulla bocca il canto di Cristo, del suo Cuore libero e bello, venerato in questo Santuario:
“Ti lodo Padre, Signore del cielo e della terra”. Don Pietro, invoca da Dio per noi l’atteggiamento di Maria che vede già il mondo nuovo dove i potenti sono rovesciati e gli umili sono esaltati. Ti ricorderemo per molte cose, don Pietro. Io in particolare ne porto dentro una: avevi la capacità di puntare al midollo delle problematiche dentro quadri molto complessi, sapevi individuare il punto della questione, il nodo che tutto legava e che tutto avrebbe sciolto. Ti era naturale il cammino dal complesso al semplice. Frutto di meditazione e di attenzione. Sapevi sfrondare il secondario e accessorio per individuare il cuore delle situazioni e delle sfide. Ottienici da Dio questo discernimento.

San Luigi Guanella, nostro padre nel cammino di santità, facci capaci di raccogliere l’eredità di don Pietro, di rileggere la sua parola chiara e ragionata, pulita, misurata, fresca.
Ci ha parlato del Regno di Dio e della via da te aperta per realizzarlo. Fa che non perdiamo quest’occasione per rinnovare a Cristo la promessa di dare a lui tutto, tutto il meglio, tutto il possibile. Fino all’ultimo respiro. Così sia!

24 Marzo 1908: Una notte non più dimenticata

Cari Confratelli,
Si avvicina la data a noi cara della Vigilia dell’Annunciazione e vorrei orientare l’attenzione di tutti noi a quel momento che la tradizione ha scolpito come pietra miliare della nostra piccola storia di Congregazione, il 24 marzo 1908.
Nel 1928, ricordando il ventesimo anniversario di quell’evento, don Mazzucchi ricordava commosso i sentimenti di quella “notte non più dimenticata”, lui che era il più giovane dei dodici confratelli che professarono, avendo solo 24 anni di età e poco più di due anni di ordinazione.

I sentimenti del Fondatore, al di lá delle circostanze
Non voglio ricostruire gli eventi dal punto di vista storico perchè non è il mio campo di riflessione e rimando per questo ad alcuni studi già noti e in parte pubblicati, a firma di don Bruno Capparoni, di don Nino Minetti, di Suor Michela Carrozzino, di Fabio Pallotta, e altri prima ancora, tutti pregevoli e dettagliati.
Credo, tuttavia, che dovremmo dedicare maggiore attenzione e una ricerca più mirata allo sviluppo storico della nostra Congregazione sotto il profilo interiore del Fondatore.
Se è interessante seguire lo sviluppo esteriore degli avvenimenti che portarono dopo non poche fatiche e sofferenze, alla professione dei voti religiosi di quella sera del 24 marzo 1908, mi pare molto più utile rintracciare la risonanza interiore di quei giorni nell’animo del Fondatore. L’epistolario di don Luigi, soprattutto nel carteggio con il redentorista padre Claudio Benedetti, e il n. 18 della collana Saggi storici, che anch’io ho appena riletto, ci offre una pista privilegiata per intravedere come il Fondatore attraversava le prove del cammino e intuire la luce che lo guidava, a dispetto delle contrarietà, dei dispiaceri, delle strettezze di vedute di molti suoi contemporanei.
Quello che mi sorprende è che dentro una molteplicità di eventi e di incontri, non tutti benevoli, don Guanella porta a termine la sua missione. Forte della certezza del Padre, avanza contro corrente, portando a compimento la sua promessa di costruire la sua famiglia religiosa nella fedeltà alla Chiesa, dentro la Chiesa, mai fuori o contro, mai in parallelo.

L’incontro con un amico
Molto spesso così ci accompagna il Signore, col dono di un amico, così ci visita coi suoi angeli. Da anni don Luigi correva da un ufficio all’altro della Curia romana. Molte volte aveva dovuto salire e scendere le scale del nuovo dicastero per gli Istituti religiosi, a giorni euforico per le promesse ricevute e a giorni rattristato per le complicazioni che sorgevano.
Dio buono gli fece incontrare padre Claudio Benedetti, che lavorava a quel dicastero come consultore; un uomo che seppe guidare don Luigi e la congregazione nell’iter verso l’approvazione e la stabilità.
Tra i due nasce un’intesa eccezionale e nel loro carteggio troviamo rimproveri, ammonizioni, frasi anche forti, come pure delicatezze, ringraziamenti commossi e autentiche perle spirituali. La situazione si rovescia con la morte di don Guanella e padre Benedetti, che prima era guida e maestro, si trasforma in discepolo devoto e affezionato al punto di voler scrivere di suo pugno la testimonianza per i Processi perchè le cose andavano per le lunghe e lui, anziano, temeva di morire e non poter arrivare a esternare l’ammirazione per un santo.
Scrisse di don Luigi, nella sua eccezionale testimonianza, usando dieci aggettivi per noi oggi tanto utili e propositivi:

“Fino alla sua preziosa morte egli nulla fece senza il mio parere, senza il mio consiglio…
Se io, seguendo l’indole, talvolta era diffuso, egli sempre prudente, parco, ponderato; se la foga del mio dire mi portava a qualche gesto smodato, a qualche parola d’impazienza, a qualsiasi moto primo, egli sempre, nel venire, nell’andare, nel conversare, in qualunque azione, in qualunque tratto, umile, dimesso, paziente, mite, inalterabile, riconoscente, grato, esemplare tanto, che nei tanti anni che l’ho trattato, e sì frequentemente, non potrei dire di aver notato in lui una menda da correggersi, un neo…era un santo!”(Testimonianza Claudio Benedetti, Saggi Storici n. 18, pag 259).

Emerge da queste parole tutto l’animo di don Guanella ed è il punto sul quale vorrei esortare tutti. Entriamo nel suo cuore, apprendiamo il suo modo di stare in rapporto con Dio, con le persone, con i fatti della vita.
Era certamente la scuola spirituale dell’Imitazione di Cristo e di Sant’Ignazio che nei suoi Esercizi Spirituali parlava di ’indifferenza’, essere indifferenti ai propri gusti per essere obbedienti alla volontà di Dio, guardare con gli occhi di Dio e fuori da prospettive parziali.
Don Guanella aveva assimilato da quella spiritualità, che tanto lo affascinava, che lo scopo della vita spirituale e del discernimento consisteva prima nel liberarsi dagli affetti disordinati e solo dopo nel disporsi a cercare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita.
Per un buon discernimento l’indifferenza, che si ottiene morendo un poco ai propri desideri, è necessaria, altrimenti -dice l’Imitazione- la tristezza è alla porta per ciò che non si ottiene, si può diventare aggressivi se qualcuno si oppone a noi e non ci accontenta. In altre parole si diventa schiavi e si rischia di parlare e agire -dice Sant’Ignazio- secondo lo spirito malvagio e non secondo lo spirito buono.
Chiedo a tutti voi, cari Confratelli, specie in questo tempo quaresimale, di riflettere insieme con me su questa operazione di liberarsi dagli affetti disordinati per raggiungere una sana indifferenza che non è passività, ma libertà perchè significa dire no a certi desideri che ci assillano e ci tengono in schiavitù, come le nostre visioni esasperate, i capricci, i puntigli, le ambizioni smodate che possono rivelare un desiderio di potere, l’insistenza su metodi e stili che ci hanno già fatto male, lo schierarci a favore di qualcuno o contro qualcun altro come nelle peggiori tifoserie sportive, il ricatto sottile per cui o uno è accontentato in quello che chiede o lascia tutto, il confrontarsi con gli altri e pensare sempre di essere vittime di ingiustizie e incomprensioni, la tendenza a giudicare i comportamenti altrui senza mai entrare nel profondo di sè e pescare nel torbido del proprio cuore.
A volte mi pare che la tentazione più frequente e più pericolosa tra noi sia quella di credere che sia la struttura a non funzionare, il governo centrale o provinciale o locale, l’organizzazione, la distribuzione dei ruoli. Cari confratelli, la struttura è struttura ed è funzionale e mai troveremo quella impeccabile, ma è il cuore che deve cambiare e la quaresima ce lo ricorda continuamente.
Ci ricorda di non cercare fuori il difetto del congegno, ma dentro.

Quella sera con Maria
Umiliazioni e attese infinite, rimproveri, dubbi, avevano segnato quei dieci o dodici anni che durò l’iter dell’approvazione e poi c’era da trascinare i fratelli, convincere o esortare, perchè per alcuni quella professione non aveva senso e non era necessaria.
Con voi, allora, vorrei interrogare il nostro padre, don Luigi.
Come hai vissuto quelle ore don Guanella? Che ti ha detto il Signore? Tu cosa gli hai risposto?
Potremmo interrogare i compagni di quella notte, don Mazzucchi più di ogni altro, che sul Charitas a più riprese e nella sua biografia racconta di quella vigilia dell’Annunciazione, piena della gioia di Maria ma anche della sua sorpresa, delle domande sul futuro, di qualche piccola paura, di qualche ragionevole dubbio.
Don Guanella ci consegnò la devozione alla Madonna della Provvidenza, alla Madonna del Lavoro, ma il primo titolo che aveva quasi stregato il suo giovane cuore era quello dell’Immacolata Concezione di Maria. Aveva dodici anni quando fu proclamato il dogma e neppure sedici quando iniziarono le apparizioni di Lourdes che lo affascinarono sempre.
Anche in quell’inverno 1908, qualche settimana prima della famosa professione di Como, aveva fatto erigere un oratorio alla Madonna di Lourdes nella casa di San Pancrazio, proprio l’11 febbraio e non era il primo, poichè quell’immagine era venerata in quasi tutte le sue case.
Non vi sembra che possa aver imparato tanto da quella storia della ragazzina presa per pazza e visionaria, del suo parroco Peyramale prudente e lento, dei nemici pronti a diffamare, deridere, condannare? Davanti alle vicende della sua storia a me sembra proprio che don Luigi ne aveva fatto un suo programma di vita stimolante: fidarsi di Dio, attendere, pregare, insistere senza stancarsi.
Don Mazzuchi racconta di quella sera.
Avevano organizzato tre giorni di ritiro predicati da don Luigi. Il martedì 24 marzo, di sera, professarono e alla fine don Luigi volle parlare ancora, tra le lacrime di tutti. Scrive don Mazzucchi:
“Quando lo udimmo ringraziarci commosso, egli il martire di tante fatiche e di tanti dolori passati…, il padre sempre generoso di compatimento e inestimabile nel suo amore per noi colpevoli di riluttanze e di indolenze spirituali…; quando lo udimmo ringraziarci… , oh! allora il nostro cuore non ne potè più e versammo lacrime di amore, di tripudio santo, di pentimento, di riconoscenza, che ci segnarono nell’anima un solco da non cancellarsi mai”.
Non si è ancora cancellato quel solco, ci stiamo dentro anche noi, forse meno commossi, ma ci stiamo dentro.
Chiedo a tutti, cari Confratelli, di ripensare la nostra consacrazione come una fortuna con la gratitudine di chi è stato raggiunto, senza troppo merito, da una proposta di Paradiso.
Alle comunità che possono farlo chiedo di riunirsi davanti al Signore e leggere insieme quella pagina della Biografia scritta da don Mazzucchi.

Grazie don Luigi.
A te, ai compagni di allora, a quelli delle generazioni successive che sono arrivate fino a noi.
Maria veglia con la tua Provvidenza di madre su questi figli che siamo noi.
Donaci altri ragazzi, giovani, commossi e capaci, come quelli di quella sera, di mettere in gioco la loro gioventù per Dio e per la causa dei poveri e facci degni di riceverli e sostenerli nel cammino.
Buon anniversario della nostra nascita come religiosi.


Roma, 24 marzo 2019

Padre Umberto Brugnoni

"Come morire?"

Al termine delle litanie dei Santi, esprimiamo la nostra fede con una petitio sulla morte che ci fa dire: “A subitanea morte, libera nos Domine” “da una morte improvvisa e senza preparazione, salvaci o Signore”.
Essere preso all’improvviso, senza essere preparato, è un danno supremo da cui ogni uomo vorrebbe essere liberato. Ogni uomo desidererebbe, infatti, essere avvisato, essere pronto per questo evento ultimo della sua vita. Vorrebbe che quando e come morire fosse una propria decisione. Ma non accade così, ed è giusto! Se dovessimo chiedere invece a un non credente di formulare la sua litania, la petizione si invertirebbe, senza dubbio in: dammi una morte improvvisa e senza preparazione. È desiderata una morte improvvisa, per non lasciar tempo ad una riflessione o una sofferenza prolungata, difficile da accettare e che potrebbe anche aiutare a cambiare pensiero, a convertirsi.
La tappa della morte ci insegna che viviamo in una società dove l’attitudine verso la morte sembra un tabù, una cosa nascosta, indicibile, direi anche da molti indesiderabile. La malattia e la morte sono divenute puramente problemi tecnologici, gestiti da persone o istituti tecnici specializzati e sappiamo quanto si è sviluppata in questo senso la medicina e quanto alcune correnti politiche spingono per scelte più radicali. La morte nella nostra società cessa di essere un tema anche spirituale e rimane spesso solo problema fisico da affrontare per evitare l’incremento della sofferenza.
Quanto invece dovrebbe suscitare in noi una grande consapevolezza che evitare o meno di affrontare il tema della fine della vita deriva dal rapporto che ogni uomo ha con se stesso. La memoria mortis non ha niente a che vedere con la tristezza, la paura, l’annientamento ma, come diceva Mozart, deve essere la chiave attraverso cui leggere ogni giorno il senso della nostra vita. La vita eterna non si raggiunge automaticamente, ma passa necessariamente attraverso il giudizio di Dio, un giudizio certo misericordioso che tuttavia non ci esenta dal compiere le nostre scelte di vita quotidiana con serietà e responsabilità.
Don Guanella nell’operetta “Sulla tomba dei morti” del 1883 scrive che “la vita dell’uomo in terra è un’ora che Dio buono concede perché ci si disponga alla eternità. No, no, non avete in questo mondo città di dimora. Siete pellegrini, dovete affettarvi come pellegrini. Conservatevi sgravati dal peso di peccato, vestite indumenti di virtù, sceglietevi guide celesti, un angelo tutelare, e poi affrettate il passo”.
Noi guanelliani, proprio per fedeltà al nostro carisma dobbiamo vivere, e far vivere a chi sta con noi, questo atteggiamento di consapevolezza della importanza della morte e l’esigenza di prepararsi soprattutto spiritualmente a questa tappa della nostra esistenza. E’ nostro dovere, per fedeltà alla volontà del Fondatore, promuovere questa sensibilità nella gente che accostiamo e interessarci per essere presenti là dove l’uomo sofferente sta giocando l’estrema partita della sua esistenza. Spesso è il momento della solitudine più nera, dove accanto al morente ci sono solo figure interessate per lavoro alla sua salute, ma normalmente senza alcun interesse di affetto e di partecipazione al suo dolore. Papa Benedetto ha infuso speranza in questi fratelli e sorelle nel dolore quando nella notte di Pasqua di qualche anno fa nella Omelia, facendo parlare il Risorto, trasmise quella felice notizia pasquale: “Sono risorto e ora sono sempre con te. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte, là dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce” (Benedetto XVI, Veglia pasquale 2007).
Una volta i giornalisti hanno chiesto a Madre Teresa quale fosse stato il giorno più felice della sua vita? Tutti aspettavano che lei dicesse: il giorno della mia prima professione o il primo giorno in cui uscii dalla mia patria”. Ma lei rispose dicendo: “oggi”, proprio oggi è il giorno più bello della mia vita. Ogni giorno lo vivo con grande cautela e con gioia come se non venisse più nessun domani. Vale dunque la pena vivere la vita con i suoi dolori, le fatiche e le gioie di ogni giorno come se non ci dovesse essere più un domani. Vale cogliere le opportunità che il Signore semina ogni giorno sul percorso della nostra vita, gustarli in pienezza ma come propedeutici a quell’ultimo giorno, a quella tappa della vita così significativa e tremenda allo stesso tempo.
Il Fondatore, parlando del fine primario del nostro Istituto invitava noi religiosi e religiose guanelliani al combattimento quotidiano verso la santità finale; scriveva: “La dottrina dei Consigli evangelici che è il compendio delle virtù esercitate da Gesù Cristo stesso, è divenuta la famosa dottrina dei veri savi e sapienti cristiani e la pratica di questa dottrina, pratica energica sino all’eroismo, pratica perseverante sino alla fine di vita, perfeziona i santi nella Chiesa di Gesù Cristo e li glorifica nel paradiso beato” (DLG, Del fine primario dell’Istituto)
Vale la pena anche lasciarsi ispirare nel vivere così orientati verso la morte da chi ci ha preceduto in questo stesso compito ed è riuscito a viverlo in pienezza. La loro morte ci deve dunque ispirare a vivere l’oggi proiettati all’attesa dell’ultimo giorno, a giocarci completamente nelle esigenze del Vangelo oggi per raccogliere domani, a metterci al servizio degli altri, a riconciliarci con i fratelli e con Dio, per vincere l’odio e raccogliere domani l’amore.
Oggi noi Servi della Carità facciamo memoria del 25° anniversario della morte di don Pietro Rech: prete semplice, gioioso che ha saputo fare della sua vita sacerdotale una dedizione appassionata alla musica e al servizio dell’altare. Semplici compiti: suonare l’organo nelle celebrazioni nella Basilica di San Giuseppe al Trionfale e seguire i ministranti nel servizio all’altare. Ha santificato i suoi ultimi anni di vita e si è preparato all’incontro con il Signore attraverso questo semplice ministero. Quanta è vera la frase di Don Guanella quando diceva: “Non è importante il tanto che si fa, ma è l’amore che si mette nel farlo”.
Un nostro giovane confratello chiamato alla Vita in modo tragico due anni fa, ci testimoniava la sua fiducia nel soccorso divino: “Il giorno della morte di mia madre una donna del mio paese mi ha presentato le condoglianze evidenziando il mio nuovo stato di orfano, ed io mi sentii in quel momento di rispondergli: ‘non sono senza la mamma, non sono orfano. So che la Madonna è la mia mamma e che a lei devo tutto, perché ha camminato con me fino ad oggi. Senza il suo supporto sarei morto”.
Che gli esempi dei confratelli, delle consorelle, dei Cooperatori e dei ragazzi e ragazze delle nostre Case che ci hanno preceduti nel Regno eterno, ci spronino ogni giorno, nel camminare verso il Regno, a fare della nostra vita una sintesi vivente e meravigliosa del dire e del fare del Signore Gesù. Amen.