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Budino Sacerdote Armando - Pagina 2

 

Anima candida in vita che non sapeva celare nulla, don Armando lo è stato di più in morte con tale forza dirompente d’aprire alla comprensione non nuova il vissuto di un sacerdote tutto di Dio. È il testamento spirituale, custodito nell’archivio dei confratelli della Congregazione, elaborato non per esaltare meriti e virtù ma solo per cantare un magnificat all’Altissimo che l’ha ricolmato di doni. La sua lettura attenta – in quella scrittura tutto voli e larghi spazi rivelatrice di un’anima semplice – nelle molteplici sfaccettature, rivela innanzitutto che don Armando ha posseduto una personalità adamantina impastata di Dio nelle intenzioni e nelle opere e che l’amore è stato la fiamma che lo ha divorato. Così egli scrive: «Ho creduto in Lui, L’ho amato, L’ho fatto amare... Passare tanti anni testimoniando solo Dio, la sua giustizia, il suo amore è realmente cosa divina... Avrei voluto che tutta la terra fosse un unico tempio, per far salire sino al cielo il canto d’amore di tutte le creature». Si avvertiva del resto questo movimento di tutto il suo essere verso Dio nel semplice contatto con Lui. Era come se in lui il corpo facesse unità con la sua anima, la volontà con l’intelligenza. S’intuiva come se in lui ci fosse un solo desiderio: amare Dio. Solo Dio. Tanto da non poter far a meno di augurarlo anche agli altri: «Il Signore ti ama, sai! Fatti santo!». Certo, tutto gli veniva da Dio. È lui per primo a riconoscere che tutto gli era stato donato: «Grazie, Signore, di tutti i favori a me elargiti; non li conto più; sono innumerevoli».

La vita innanzi tutto: era nato a Pavia d’Udine in una «Famiglia cristiana, governata da una mamma santa». Ha uno struggente ricordo del padre, caduto sul Monte S. Michele (GO) nel 1917, quand’egli era piccino di quattro anni. Ha venerazione per la madre, angelo tutelare della sua vita, che lo educò con ogni premura e lo offrì con riconoscenza al Signore, quando manifestò il desiderio di avviarsi al sacerdozio. «Sono stato ammesso alla Prima Comunione a 9 anni»: quel dono accende in lui la gran fiamma della sua giovinezza e dell’età adulta, l’Eucaristia, vista «come fonte di luce, di conforto e di speranza infinita. Ho creduto nella sua presenza. Mi sono affidato a Gesù Eucaristia con certezza evidente e, nella morsa tremenda delle innumerevoli prove, ho gridato a lui: “Signore, che io creda!”: la luce e il conforto immancabilmente arrivavano». C’è poi «il dono della vocazione sacerdotale e religiosa». Entrò prima nel seminario d’Udine. Vi frequentò i primi quattro anni di ginnasio. Poi venne nell’Opera Don Guanella, dove percorse con diligenza gli studi ecclesiastici, attendendo contemporaneamente, con evidente spirito di sacrificio, all’assistenza della fanciullezza bisognosa negli istituti guanelliani di S. Luigi in Albizzate (VA), Beato Tomitano di Vellai di Feltre (BL), Casa Divina Provvidenza di Ferentino (FR). Emise la prima Professione nel 1937, quella perpetua nel 1940. Fu ordinato sacerdote nel 1943. Nel caratterizzare il periodo formativo, ha un solo accenno: «Ho cercato di fare quanto era possibile in me... avrei voluto essere solo di buon esempio». Molto di più invece egli afferma del suo sacerdozio, della vita religiosa, le cui primizie furono dedicate quasi esclusivamente alla formazione dei chierici guanelliani, prima come educatore, poi come vice-maestro e infine come maestro dei novizi: 11 lunghi anni tra lo Studentato S. Gerolamo di Fara Novarese e la Casa don Guanella di Barza, allora sede del Noviziato e ricca di presenze giovanili, cui bisognava dedicarsi con generosità diuturna, senza manifestare stanchezze, sofferenze immancabili.

Molti dei confratelli l’ebbero infaticabile educatore e maestro dello spirito, spronati alla virtù dalle brevi frasi di cui si serviva per entrare nel loro giovane cuore: «Siamo uomini fatti per Dio...». «Amalo, amalo con gioia», perché: «Il sacerdote di fede è sempre un’anima felice... Mette luce dove c’è tenebra, mette pace dove c’è guerra. È abitualmente con il sorriso, anche se croci e sofferenze lo tormentano. Sereno, generoso, equilibrato, cordiale... Formiamo un blocco di ottimismo... Brilli negli occhi di tutti la gioia e resti sempre nelle nostre case». E ancora quasi puntualmente ogni giorno la raccomandazione: «Amate la Chiesa, il Papa, la Congregazione». Un magistero che trovava corrispondenza nella sua vita e che non poteva non emergere dal suo testamento spirituale: «Nella Congregazione ho vissuto con gioia, anche se ho tanto sofferto. Ho amato la Chiesa e la Congregazione. Non posso dividere queste due grandi famiglie. Per me hanno formato un unico amore. Ho amato il Papa perché in lui ho visto Cristo. Amarlo e seguire le sue direttive è obbligo, è luce, è gioia. Ho amato la Madonna e avrei voluto che tutti comprendessero la grandezza e la bellezza di questo fiore, il più bello della terra». Don Armando, scelto dallo Spirito Santo per grandi impegni nella Congregazione, era giunto al traguardo delle responsabilità maggiori. Nel 1958, egli è scelto ed inviato dai Superiori Maggiori, che gli riconoscono ricchezza di doni naturali e soprannaturali, come Delegato del Superiore generale nelle nazioni latino-americane dell’Argentina, Brasile, Paraguay e Cile. Vi trascorse un sessennio. Nel 1964, il buon carattere, la qualità della vita e una preparazione vasta, resa ancor più concreta dall’esperienza tra i giovani novizi in Italia e i confratelli nell’America Latina, furono gli elementi che orientarono i religiosi guanelliani delegati al X Capitolo generale ad affidargli le redini dell’intera Congregazione. Negli anni del suo intenso servizio, ebbe la gioia di vedere beatificato da Paolo VI il Fondatore, di incrementare l’Opera in Italia e all’estero, di dare un grande impulso all’aggiornamento di persone e di strutture volute dal Concilio Vaticano II, di guidare il primo pellegrinaggio guanelliano in Terra Santa. Sono solo alcune delle sue attuazioni in campo direttivo, perché il don Armando di sempre si fa valido animatore, comunicatore convincente per i confratelli fedeli in momenti di pesanti difficoltà per la vita morale e disciplinare della Congregazione. Lo testimonia nel Diario Spirituale: «Ho amato i confratelli e tutte le persone che ho conosciuto sulla terra: ho visto sempre in ciascuno il riflesso di Dio e l’anima immortale. Non potevo non amare tutti; ma in Dio e per Dio». Sono, comunque, le lettere inviate ai confratelli, durante il sessennio, che rivelano i sentimenti delicati e appassionati insieme, con cui egli dirige la Congregazione. C’è pressante l’invito alla generosità, vale a dire a generare con dedizione il bene in noi e intorno a noi, secondo il significato etimologico del termine. Sembra essere in questo, per lui, il miglior ritratto del guanelliano: «Più alimentiamo la spiritualità, scrive, più accresciamo la forza di bene nelle anime. Conservi sempre il Servo della Carità lo spirito di preghiera, d’umiltà, di sacrificio, di carità. Sia sempre amico, confidente, educatore d’anime... Sarà soprattutto luce che risplende nelle tenebre; sarà fuoco che tutti accenderà dell’amore di Cristo». Una terza data va, infine, qui ricordata, perché fa parte ancora del suo ministero attivo e pregno di responsabilità: la presa di possesso, il 22 settembre 1970, festa di Cristo Re, della Chiesa di S. Gaetano di Milano come parroco. Mentre tutto intorno a lui si colora di festa e lo s’accoglie al grido prorompente di gioia «Benedetto colui che viene nel nome del Signore », egli annota: «Nel giorno del mio ingresso quale parroco di S. Gaetano, in semplicità di cuore, in povertà di spirito, in generosità di propositi vengo a consacrare me stesso per il bene e la salvezza di questa porzione di popolo di Dio come fratello, guida e pastore». Chi tra i parrocchiani è vissuto accanto a lui può testimoniare quanto egli sia stato fedele a questo programma: «Consacro me stesso»: è la parola di Gesù ai discepoli nell’ultima cena. Era ed è un gesto sacrificale, è l’offerta della vita senza calcoli né rimpianti fino al sacrificio. Infatti, in 14 anni, egli la consumò tra il confessionale, la predicazione, l’attenzione agli ultimi, ai sofferenti, a quelle anime che attratte dalla sua radicalità di vita si vollero costituire in gruppo di preghiera e d’apostolato, intorno a lui, e si prefissero di vivere intensamente, in pienezza la vita cristiana. 

Nel 1984, torna a Barza. Qui nel nascondimento – almeno apparente – si pone a disposizione di tutti e diventa il consolatore di chi è afflitto, angustiato, il consigliere d’anime, un richiamo di speranza e di vita. Per lui è una preparazione – come spesso diceva – alla morte, ma per gli altri che a lui ricorrevano era un attingere alla vita zampillante dello spirito. Sorella morte bussa alla porta di casa; don Armando l’intuisce quando scrive: «La mia vita è stata un soffio, è volata come un turbine, è finita in un momento. Confratelli, non perdete tempo! Ditelo a tutti di non perdere tempo. Un’ora passata con Dio o nella testimonianza del bene è cosa meravigliosa. Passare così tanti anni testimoniando solo Dio, la sua giustizia, il suo amore è realmente cosa divina. Fate così, fate così, perché nel mondo ritorni il bene, splenda la luce e ci sia la pace. Dio, Trinità che adoro, pietà e misericordia di me. Vergine Santissima, aiutami nei momenti estremi e, perché non senta il tremendo timore del giusto giudizio, portami Tu che sei stata sempre madre amorosa e benigna. Angelo mio custode, grazie per aver compiuto tanto magnificamente la tua divina missione con me. Ti ricompensi Dio con i suoi doni eterni. Grazie a tutti per i vostri esempi, per la vostra fede, per la vostra carità. Se per la misericordia di Dio sarò salvo, non starò in pace in Paradiso, ma vorrò ricompensare tutti, tutti, del bene che qui ho ricevuto da voi. In quale maniera? Ottenendovi tanta luce, tanto conforto, sicurezza e tanto bene. Per tutti. Avvenuta la mia morte non comunicate la notizia a nessuno prima dei funerali. Di nulla preoccupatevi, di nulla. Il funerale sia modesto e semplice. E altro che dire? fate festa, non lutto. Perché? Perché ho terminato di offendere Dio e voi. Mi sembra giusto che si goda e si faccia festa dei presenti nella Casa della mia morte. Scusatemi e perdonate tanto disturbo. Ancora una volta però vi ripeto: pregate per me. Vi ricambierò, spero, presto con la grazia di Dio. Confratelli, fratelli nella Fede, parenti, la vita è breve. Ma non sciupatela; vivete nel segno di Dio, ma fate in fretta e fate sempre bene. Le prove, le umiliazioni, le sofferenze passano, ma il bene compiuto resta per la vita eterna. Coraggio! Ancora qualche anno e c’incontreremo di nuovo nella vita che non verrà più meno in eterno. Fate festa, fate festa! Gloria alla Trinità e salvezza a tutti».

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