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Don Domenico Frantellizzi - Pagina 2

 

L'eredità spirituale di don Domenico Frantellizzi

1) La serietà nel lavoro

Chi suonava alla porta della Provincia con l’intenzione di disturbare o di perdere tempo  veniva messo subito sul chi va là: “qui si lavora seriamente! Abbiamo bisogno di un clima di serenità”.

Ho dovuto anch’io sentire il fraterno ma deciso richiamo quando entravo in Provincia cantando, o con tono alto salutavo, o suonavo il campanello in maniera prolungata. Però era uomo di accoglienza. Se non era immediatamente impegnato con qualche professionista ti accompagnava a prendere un caffè, era disponibile a due parole confidenziali dalle quali, era esperto in questo, percepiva subito la gravità di alcune situazioni e problematiche. La sua missione di economo la viveva con passione e serietà. Ci si poteva fidare di lui: era capace di portare a termine con professionalità tutte le situazioni che una Provincia vive nel campo economico.  

Nella Pasqua del 1989, ricordando il suo XXV° di sacerdozio scrive agli amici di suo pugno questo biglietto di ringraziamento: ”La vicinanza di tutti voi in questa fausta ricorrenza del mio 25° mi ha commosso e mi ha fatto sentire il sostegno del Signore in maniera particolare. Cercherò, con l’aiuto del Signore, di non deludere le vostre giuste aspettative nell’incarico affidatomi, ma soprattutto nel testimoniare l’amore del Signore con la mia vita sempre più santa”.

2) La passione per le cose belle

VC al n. 24 riporta un canto di Sant’Agostino nel quale si esprime tutta la bellezza del Signore Gesù, in ogni tappa della sua missione di Redentore: “Bello è Dio, Verbo presso Dio…E’ bello in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori, bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita e bello nel non curarsi della morte; bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. Ascoltate il cantico con intelligenza, e la debolezza della carne non distolga i vostri occhi dallo splendore della sua bellezza”.

Don Domenico era solito trascorrere il periodo delle sue vacanze in montagna. Amava la natura  Due anni a Santa Caterina Valfulva, l’ultimo anno della sua vita ad Alagna. Passeggiate meravigliose, gustava il bello della natura, il cibo, il pranzo al sacco, la neve , i boschi, i ruscelli. “Era un vero piacere stare insieme a lui” ricorda ancora con  edificazione il suo fedele accompagnatore don Romano Argenta. Nell’ultimo anno era già sofferente, caviglie gonfie, calzini tagliati per poterli mettere, ma voleva camminare, vedere cose nuove, nonostante la fatica. “Non ha mai fatto pesare la sua situazione di malattia”, testimonia ancora don Argenta.

Nel suo studio e nella sua camera una vera e bella collezione di quadri, qualcuno anche di valore, rendevano vivo l’ambiente del suo lavoro quotidiano.

La musica classica, poi, lo appassionava veramente. Ogni sabato, dopo il pranzo, eravamo soliti fare la passeggiata assieme: Via della Pisana, Via San Giovanni Eudes, Via Aurelia Nuova e poi Antica. Arrivati a casa si ritirava per le pulizie personali e poi seduto nella sua poltrona, in camera, ascoltava musica classica seguendola con lo spartito in mano. Era il suo tempo libero dedicato allo spirito. Ne era profondamente convinto: la contemplazione del bello non può che portare a Dio!

3) La capacità di soffrire per amore di Cristo

E’ toccato proprio a me vivergli accanto negli ultimi mesi della sua vita. Era vicario provinciale ed economo. Quattro mesi circa. Eravamo stati insediati nel nostro Ufficio di animatori della Provincia  il giorno della Madonna della Divina Provvidenza, 12 novembre 1993, e don Domenico ci ha lasciati il 9 marzo successivo, dopo quasi un mese di ospedale.

Lo visitavamo ogni giorno durante la sua degenza in Ospedale e ricordo che dopo una giornata passata in Curia generalizia con gli altri Consiglieri provinciali per un incontro con il Consiglio generale, a sera, erano ormai le 19,30, disse a don Marangi mentre ritornavamo in Via Aurelia: passiamo da don Domenico in ospedale. Fu una visita provvidenziale: avevamo preso un po’ di gelato al limone, la sua passione, ad un certo momento un attacco epilettico lo avrebbe sicuramente sottratto prima ancora da noi se in camera con lui non ci fossimo stati noi confratelli.

Quanta sofferenza in quei giorni: grida di dolore lancinante, cure incapaci di debellare la sua malattia, dialisi nel tentativo di sostenerlo, desiderio di un trapianto del rene che però non si presentava immediato per cui la certezza che la morte lo avrebbe raggiunto prima. Mi stringeva la mano con forza per supplicarmi di aiutarlo…ma non potevo fare nulla per lui.

Abbiamo pregato tanto insieme, andando con la memoria a giornate ed esperienze  vissute insieme, per amore del Signore, nella promozione vocazionale, nella formazione degli studenti di Via Aurelia Antica. Erano ricordi che lo gratificavano e consolavano.

Che cosa è stato essenziale per don Domenico? È giusto domandarsi di fronte al concludersi di un’esistenza sacerdotale: che cosa è stato per lui veramente essenziale? La famiglia, lui che ha sperimentato le nostalgie dell’orfano, privato del papà? La soddisfazione del lavoro, tanto più nobile perché segnato da capo a fondo dal valore della solidarietà? La gioia di trovarsi nel più vivo delle battaglie sociali, consapevole di essersi messo dalla parte giusta, dalla parte dei poveri? Certo, tutte cose belle, e grandi, piene di luce. Ma per lui l’essenziale è molto più semplice: per un discepolo che ha incontrato con amore il Maestro, non ci sono dubbi: l’essenziale è stato Lui, il Signore, diventato il tutto della sua vita, l’alfa e l’omega, il principio e la fine. Per cui le esigenze veramente importanti sono state quelle del Cristo e del suo Vangelo. Qui trova respiro e vita il suo essere; a questo soffio si gonfiano le sue vele verso la santità!

 

Il cammino di santità di don Domenico Frantellizzi

La ricchezza della sua personalità

Bel carattere - La nota dominante, immediatamente percepibile, era la sua bontà di carattere. Gioviale, semplice. Possedeva facile la vena dell’umorismo. Metteva subito a loro agio le persone. La sua attenzione si portava spontanea verso l’altro: salvo che negli ultimi tempi, quando per la malattia il tema di dialogo si indirizzava per forza verso le sue condizioni di salute, il discorso normale sfuggiva da sé per dirigersi verso l’interlocutore e l’amico. Rifuggiva dal mettere se stesso al centro. Possedeva il segreto del far emergere la vita, le qualità, l’importanza dell’altro. 

Rispetto verso le persone- Con garbo, senza farlo apposta, apprezzava tutta la ricchezza di umanità presente nelle persone. Nelle conversazioni con lui ti sentivi onorato. La sua stima affiorava sincera nei valori della tua persona. Credeva e metteva con cura sulla bilancia il pregio delle doti che egli notava negli altri: in primo piano non veniva la critica, bensì l’onore; può darsi che durante la conversazione scaturisse anche l’aspetto del dissenso o di una certa distanza di giudizio; il suo linguaggio, infatti, emergeva schietto, “pane al pane e vino al vino”; si accalorava persino nella difesa dei suoi punti di vista; non è che vendesse a basso prezzo le sue idee: erano frutto di esperienza e di studio, calibrate da chissà quanti altri confronti di pensiero. Mai però la critica tagliente, che avesse qualche eco di risentimento o di offesa.

Con questo duplice tocco, di stima e di schiettezza, diventava semplice aprire in profondità il proprio cuore per trattare materie sofferte e problemi e disagi, che abitualmente si tengono segreti. Alla fine, quando ci si partiva da lui, ci si trovava come chi si è riscaldato al fuoco. Lasciava impronta di pace: nasceva il desiderio di ritornare. Forse anche per questa dote di altruismo egli era incline a lavorare in équipe, più che da solo.

Senso del limite - Un’altra linea, anche questa significativa e bella, la si trova nel fatto che don Domenico, fin da ragazzo e poi da chierico e da sacerdote, non aveva grande opinione di sé; riconosceva in semplicità i propri limiti, come riconosceva volentieri che altri primeggiasse negli studi, nella musica, nello sport. Ma lo faceva con gioia, quasi giocando, ricercando ciò che era il meglio per tutti, e cioè la concordia di collaborazione. Proprio per questo era dolce, accogliente, privo di barriere. Sembrava avesse assunto a programma di vita le direttive date ai primi cristiani da san Paolo: “Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi...; non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi” (Rom 12,3.16).

Concretezza - Componente interessante della sua personalità era, pure, la nota della concretezza. Quantunque gli piacesse la nobiltà del pensiero, non era questo il suo campo preferito. Dove il suo animo spaziava con assidua ricerca e gusto era il campo dei fatti. Quando si formavano programmi o si elaboravano piani di lavoro, dopo aver ascoltato le premesse, le diagnosi, i principi, gli obiettivi ecc., sembrava che ci si fosse fermati alle soglie del problema; la sostanza stava oltre. Sì, erano importanti e le seguiva con gusto le belle cose che si richiamavano. Però costituivano fase di preparazione. Il suo punto di prospettiva era in attesa. Perciò, quando il giro della parola giungeva a lui, la discussione prendeva altra piega: passava in primo piano ciò che ai suoi occhi costituiva il nodo centrale: il “come si fa”, le metodologie di azione. I valori sono piuttosto facili da enunciare: chi non li vede?! il difficile viene dal tradurli in vita. Qui occorre saper trovare le vie giuste, sia per renderli attraenti, sia per realizzarli. Si preoccupava delle “strategie”, dei sentieri da percorrere. Si portava nel vivo dei problemi. Nel preparare le assemblee, i ritiri, le giornate di aggiornamento..., immaginava subito e concretamente i confratelli radunati: come interessarli, come appassionarli?

Fedeltà- Aspetto particolare di questo suo senso pratico era una spiccata abilità nel gestire l’economia. Aveva manifestato questo tratto fin da chierico, quando svolgeva con incantevole bravura i piccoli acquisti per i ragazzi, in relazione alla scuola, ai giochi. In seguito, incaricato di gestire economie di Case, scuole, istituti e gli venne affidata l’amministrazione della Provincia Romana nel suo insieme, si trovò impegnato a fondo su questo settore. Se ne sentì coinvolto in coscienza. Cercò di portarvi tutte le sue risorse, badando di armonizzare specialmente tre dimensioni che gli apparivano necessarie a proposito di economia: la spiritualità che deve animare dal di dentro le norme amministrative e infondervi significato; la professionalità tecnica, legale, fatta di giustizia e di avvedutezza; la finalità di servizio ai poveri, che deve risultare evidente, capitale.Questo taglio di immediato collegamento con la vita e con i poveri veniva poi ulteriormente nobilitato dal carattere della fedeltà. Gli si può applicare in toto e tranquillamente la pagina evangelica del “servo buono e fedele”. Mai, neppure lontanamente, l’ombra di trarre profitto personale dal ruolo che svolgeva. La trasparenza si imponeva assoluta. Si sentiva null’altro che amministratore dei beni affidati dalla Provvidenza per i poveri. Il suo spirito di fedeltà si misurava dalla fede e dal senso della missione: responsabile davanti a Dio e davanti ai poveri; un fatto prima di tutto di coscienza, dunque.

Amicizia - Ne aveva l’arte. La presenza della folla di gente che gremiva la chiesa nel giorno delle sue esequie ne era la prova evidente. Sapeva ascoltare. Anche quelli che venivano al suo ufficio per questioni di lavoro, avevano la certezza di poter disporre di uno spazio libero, dedicato alle relazioni umane: si andava dalla “Lazio” ai tormentosi problemi della famiglia, della salute, dei figli. Ci si poteva confidare con lui. In queste cose d’anima, poi, disponeva di una memoria fortissima, capace di ricordare il discorso lasciato tempo fa e di riprenderlo a volo. Chiamava per nome. Il “tu” scaturiva spontaneo, intenso di familiarità.

Vedevo spesso persone che venivano a trovarlo solo per incontrarlo, e non specificamente per motivi di lavoro. Preferiva chiamare col telefono, più che corrispondere per lettera. Però quando per caso veniva a trovarsi in qualche luogo che poteva offrirgli l’estro di una memoria, comprava a pacchetti le cartoline e rapidamente le caratterizzava di scherzosi saluti, facendo capire che “ti ho pensato”, “mi sei caro”. Quante volte un semplice “ciao!” può cambiare in sereno tutto un mondo tenebroso.

So che per anni è stato fedele nel seguire le vicende dei suoi compagni di studi. Si era fatto una specie di indirizzario per gli ex-allievi. Molti di questi da studenti erano poi diventati grandi, entrati nel mondo del lavoro, si erano sposati. Nelle ricorrenze più significative non mancava di inviare un pensiero, un saluto. Piccole cose, ma erano segni di uno stile di vita. Lungo il filo dell’amicizia, poi, passavano valori e condivisione e Vangelo: la sorgente di tutto, infatti, si capiva che stava nel suo cuore sacerdotale.

 

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