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Fratel Giovanni Vaccari

 

Fratel GIOVANNI VACCARI nasce a Sanguinetto, nel Veronese, il 5 giugno 1913; entra a Fara Novarese dove, dopo un tentativo di apprendere di greco e di latino, è convinto da don Michele Bacciarini a diventare fratello coadiutore. Professa in perpetuo a Barza d’Ispra il 12 settembre 1939 alla vigilia della guerra mondiale, già iniziata con l’invasione della Polonia da parte dei tedeschi. In due riprese è a servizio per più di 12 anni presso il cardinal Clemente Micara a Roma. Parte poi per la Spagna dopo trascorre in un impegno encomiabile nel campo vocazionale gli ultimi anni della sua vita, stroncata da un incidente stradale il 9 ottobre 1971.


L'eredità spirituale di fratel Giovanni Vacari

Elementi di imitazione lasciati in eredità

La devozione a Maria Santissima.

Il suo breve testamento spirituale è totalmente mariano: “ Amarti, o Maria, e farti amare ad ogni costo”. “Madre mia, fiducia mia, pensaci tu, mi abbandono in te, sono sicuro di te”. “O Maria, aiutami a vivere una vita interiore più intensa e a farmi santo nell’esercizio della carità”. “Quando, o Vergine Immacolata, sarò liberato da questo corpo di morte e verrò a vederti eternamente in Paradiso?” ( 1 novembre 1955).

“Tutto è nelle tue mani e tutti ho collocato nel tuo cuore. Sarà forse l’ultima volta? Quando ti vedrò in cielo?” (1970 a Lourdes l’anno prima di morire).

Il suo impegno gioioso nella pastorale vocazionale.

“ Posso affermare di non aver conosciuto alcuna persona che non rimanesse ammirata della santità di Fratel Giovanni. Le sue erano parole semplici e in un povero spagnolo, ma c’era in esse qualcosa di straordinario che incantava piccoli e grandi” (Suor Nair Damè, guanelliana).

Il suo “segreto di riuscita”? Anteporre la preghiera alla parola:

“ Ho accompagnato più volte Fratel Giovanni nelle sue visite a famiglie di alunni. Entrando nelle case si toglieva la berretta, salutava cortesemente e incominciava a recitare con grande devozione un’Ave Maria, un’invocazione al sacro Cuore e a san Giuseppe; poi si metteva a parlare del Signore, della Madonna, di San Giuseppe e della nostra Opera in maniera tale che grandi e piccoli pendevano dal suo labbro, entusiasmati e commossi” (Jesùs Nunez Pelayo, exallievo).

 

Cammino di santità di fratel Giovanni Vaccari

La prerogativa del cammino di santità: la sequela di Dio con gioia e semplicità!

La pagina evangelica che potrebbe riassumere la sua vita è quella di Marta e Maria.

Spina dorsale del suo cammino di santità:alla sequela di Dio, sulle orme di don Guanella, vivendo la gioia e la semplicità. 

Elementi portanti nella sua formazione:

la sua numerosa Famiglia (15 figli). Il padre Pietro si sposò due volte, la prima con Clementina Passilonga dalla quale ebbe sei figli e la seconda con Giuseppina Carmela Magnani dalla quale ebbe nove figli: Giovanni era il primogenito dei nove. Dalla famiglia imparò:

  • la pietà con respiro dell’anima;
  • il lavoro dei campi, la custodia del bestiame, la coltivazione dell’orto;
  • la buona ed austera educazione;
  • la vita spirituale vero sostegno della vita.

Nei suoi appunti Fratel Giovanni scrive: “ Ogni sera , mentre la mamma faceva la buona polenta, a me e a Marcello insegnava le orazioni. Inginocchiati su una sedia e rivolti verso la parte da dove pendeva l’immagine della Sacra famiglia, la nostra buona mamma ci suggeriva parola per parola il segno della croce, e poi andava avanti con tutto il suo repertorio”. “Croce santa, croce degna! Dio mi guardi, Dio mi segna… se no fusse ben segnà, in riparassion baserò la tera per tre volte per la passion de la vostra morte”.

E ancora fratel Giovanni: “ Le serate d’autunno e d’inverno di solito si passavano così: dopo cena il papà iniziava il santo Rosario e noi tutti, inginocchiati con i gomiti sul tavolo, rispondevamo. La mamma sfaccendava in silenzio con l’aiuto delle sorelle”.

 

La scuola del paese.

L’anziana maestra di Giovanni di lui ha scritto: “ Si distingueva per la sua generosità verso i compagni e per la sua allegria; garbato e gentili con tutti. L’aritmetica era il suo spauracchio…”.

 

Il suo parroco.

Don Antonio Romagnoli che seppe scorgere in Giovanni i segni di vocazione e lo preparò lui stesso attraverso incontri di ripetizione al grande passo di entrare in seminario a Verona. Giovanni per l’incapacità a superare gli esami specie di matematica e di latino lascia subito il seminario.

 

Il seminario.

Dopo il prima impatto con la città del Verona, frastornante per un ragazzo di campagna, Giovanni si adattò facilmente ai ritmi della vita nel chiuso del seminario. Purtroppo però gli studi non erano il suo forte: matematica, latino...montagne invalicabili. Gli esami, asuo dire, furono un disastro... e venne dimesso.

Ritornò lo stesso giorno degli esami a Sanguinetto; un po’ di tempo per dimenticare la triste avventura e poi la sua vita ricomincia come prima, in famiglia, nei campi, in chiesa. Si dedicò ai giovani dell’Azione Cattolica che presto lo elessero loro presidente. Aiutato dal suo parroco continuò la cura della sua vita spirituale tanto da suscitare interesse in diversi religiosi di passaggio nel suo paese. Ma Giovanni a tutti rispondeva: ”Di farmi frate non me la sento proprio”.

 

L'Opera don Guanella

Ed ecco anche per lui l’ora della misericordia. L’arciprete di Casaleone, don Luigi Arduini, presso il quale una zia di Giovanni svolgeva la mansione di domestica, conosciuta la sua intenzione, lo appoggiò presso don Michele Bacciarini, allora direttore dello studentato guanelliano a Fara Novarese, il quale lo accolse ben volentieri sulla base della buona presentazione offerta da don Arduini.

Giovanni entra dunque nell’opera don Guanella la sera del 20 ottobre 1933, Anno Santo della Redenzione. Viene iscritto alla V ginnasiale, ma anche qui le difficoltà scolastiche emergono subito nei primi giorni di scuola. Mentre tra i professori si ipotizzano varie possibilità di recupero, il giudizio del direttore è categorico: meglio lasciar perdere! Faccia il fratello laico!

La reazione di Giovanni fu durissima: Neanche per sogno !

Giovanni se la prese un po’ anche con la Madonna del Santuario della Comuna alla quale si era affidato più volte nelle difficoltà. Confidò lui stesso più tardi: “Solo il Signore sa quanto penai! E quel Natale lo passai fisso in una decisione: ritornare a casa”

Solo la furbizia o meglio sapienza del padre spirituale riesce a mettere in discussione la sua decisione : “Giovanni e se andandotene tu perdessi l’anima?”. Fu pronta la sua risposta: “ Allora rimango” .

La vita cambia rapidamente gli viene affidato l’incarico di aiutante cuoco e poco dopo di capo cuoco. Al termine dell’anno il giudizio di don Michele Bacciarini in vista dell’ammissione al noviziato diceva: “ Condotta morale esemplare; carattere mite e obbediente”.

L’8 settembre 1934 Giovanni con i suoi compagni inaugurano la nuova sede di noviziato a Barza d’Ispra. Nei due anni successivi si completò la struttura e il 18 novembre 1936 il cardinal Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, consacrò l’attuale chiesa.

“ La cucina è l’altare della tua messa, le pentole i tuoi vasi sacri: dentro c’è la Provvidenza”. Queste parole d’augurio di un amico missionario a Fratel Giovanni creano armonia e serenità nella sua vita e nella sua ormai definita missione: sarai cuoco della comunità!

Chi lo ha seguito in quegli anni afferma: “ Pregare e Patire erano le parole spesso ripetute da don Guanella. Giovanni le fece proprie, impregnando la sua giornata laboriosa di spirito di sacrificio, umiltà, obbedienza, carità, mansuetudine, pazienza”.

Don Luciano Botta, suo compagno di noviziato scrive: “ Durante il secondo anno a Barza io caddi ammalato per un lungo periodo e rimasi quasi segregato dai miei compagni. Fratel Giovanni approfittando dei pochi momenti liberi, veniva spesso a trovarmi e consolarmi. Faceva tutto per trattarmi con un certo riguardo, come il caso richiedeva, ma con tanta delicatezza che quasi non me ne accorgevo. Questo è stato sempre il suo stile: discrezione, buon senso, delicatezza e bontà d'animo".

Viene ammesso alla prima professione il 12 settembre 1936 con queste note del Maestro dei novizi, don Michele Bacciarini: “ Carattere mite e aperto; ottima osservanza delle regole; pietà soda e fervorosa; vocazione delle più sicure; costituzione debole ma sana; buone attitudini per la cucina”.

Forse proprio per questa ultima nota Fratel Giovanni rimane a Barza d’Ispra in cucina fino al 1950 (16 anni) quando arrivano le suore Figlie di Santa Maria della Provvidenza a dargli il cambio. Un lungo periodo solcato anche dalla guerra che vede Fratel Giovanni industriarsi in tutti i modi possibili ed immaginabili per provvedere il necessario e cucinarlo per sfamare la sua comunità.

Non solo la cucina, però, in questi anni è il luogo del suo apostolato. La frazione di Monteggia, isolata tra i boschi, vicina al complesso Euratom conobbe la sua significativa presenza. Nei mesi di maggio e di ottobre raccoglieva le famiglie davanti alle edicole mariane che lui stesso costruiva per pregare il Santo Rosario e tenere un fervorino. Lo chiamavano il “ curato di Monteggia ” che “ Parlava meglio di un prete” specie nei suoi pensierini sulla Madonna.

E’ tempo di un salto di qualità: dalla cucina di Barza d’Ispra è catapultato nel Palazzo della Cancelleria Apostolica di Roma, con l’incarico di domestico e tuttofare del Cardinal Clemente Micara, vicario del Papa per la Diocesi di Roma e protettore della Congregazione dei Servi della carità.

E’ presentato al Cardinale in un giorno faustissimo 1 novembre 1950, giorno della proclamazione del Dogma dell’Assunta. Mentre assapora già la possibilità di partecipare a questo evento si sente dire dal Cardinale: “ Si trattenga in casa e attenda alla pulizia dell’appartamento”.

Più tardi commenterà lui stesso: “ L’evento si celebrava a pochi passi, ma io ne ero escluso. Non riuscii a trattenere le lacrime. Fu solo un attimo di debolezza da cui mi riebbi prontamente dicendo a me stesso: L’ha voluto la Madonna!”.

Il suo soggiorno a Roma durò solo un anno; qualcosa non era andato per il verso giusto. Fratel Giovanni ritornò felicissimo a Barza e alla sua Monteggia.

Verso la fine del 1954 a chiusura dell’Anno Mariano indetto da Pio XII il Cardinale Micara richiede la presenza di Fratel Giovanni al suo fianco e da questo momento tra i due cresce una intesa meravigliosa. Le testimonianze che possediamo di questo periodo sono molte. Ne cito alcune:

“ Ah, voi guanelliani, come trattate bene il vostro cardinale protettore! Noi tutti avremmo bisogno di avere al nostro fianco un Fratel Giovanni!” (Cardinal Cento).

“Conobbi Fratel Giovanni verso il 1950, presso il Cardinal Micara al quale prestava servizi domestici. Mi colpì fin da principio il suo atteggiamento umile ma dignitoso, e non tardai a rendermi conto che sotto una grande semplicità Fratel Giovanni nascondeva una ricchezza interiore non comune…Un religioso profondamente convinto e lieto della sua scelta, un uomo di fede e di pietà; era umile e paziente, aveva un gran spirito di sacrificio; aveva in particolare il vero spirito di carità di don Guanella, una carità operosa, che non si effonde in parole, ma che paga di persona” (cardinal Ferdinando Antonelli, segretario della Congregazione per la causa dei Santi).

“Ho sempre notato in lui oltre che la profonda convinzione religiosa che traspariva dalle sue parole, anche un grande spirito di preghiera e di unione con Dio” (Cardinal Sergio Guerri).

Il cardinale Micara da parte sua premiò più volte il suo servo fedele. Lo volle con sé in due conclavi come segretario: quello che elesse Papa Giovanni XXIII e quello che elesse Paolo VI che Fratel Giovanni incontrò la sera prima dell’elezione nella Loggia mentre passeggiava tutto solo e visibilmente preoccupato recitando il Rosario: “Buona notte e Sia lodato Gesù Cristo Eminenza”, “Buona notte, Fratello”.

Micara volle la presenza di Fratel Giovanni in diversi viaggi nazionali e internazionali con missioni particolari e il 19 dicembre 1963 lo volle insignire della Croce “ Pro Ecclesia et Pontifice”.

“Padre, sa che in Cancelleria ho visto miracoli compiuti da Fratel Giovanni? Persone, anche in alto tra quanti occupano posti importanti in Cancelleria, laici ed ecclesiastici, che, non sempre esemplari in fatto di condotta morale, interiormente toccati dall’esempio e dalle parole di Fratel Giovanni mutarono stile di vita. Parole che sgorgavano limpide come acqua sorgiva… parole semplici, accompgnate da un luminoso sorriso” (Cardinal Micara al Superiore generale dei SdC)

Fratel Giovanni serve il Cardinale fino alla sua morte; lo assiste con carità indescrivibile sul letto della morte, lo compone nella bara, partecipa alle esequie in san Pietro e poi senza alcuna pretesa di trattamento ritorna a Barza poi a Roma con l’incarico di animatore vocazionale.

Il 15 ottobre 1965 fratel Giovanni insieme al novello sacerdote don Enrico Bongiascia a bordo della Fiat millecento battezzata “Giuseppina” parte per Aguilar de Campoo, Spagna. Un breve intervallo a Lourdes dove don Enrico presiede alla vestizione di Fratel Giovanni (la talare era d’obbligo anche per i Fratelli in terra spagnola). Scrive Fratel Giovanni su una immagine di Maria: “ O Vergine Immacolata di Lourdes, fa’ che questa vestizione abbia a portare un vantaggio spirituale all’anima mia e a quanti avvicinerò”.

Gli inizi di un’opera sono duri. Fratel Giovanni oltre la cucina si improvvisa muratore, ciabattino, ortolano, autista, ma senza mai trascurare la preghiera, fatta spesso nelle prime ore del mattino. Nel suo diario spirituale troviamo la giustificazione di queste “levatacce”: “ Ho bisogno di udire la tua voce, i tuoi richiami, i tuoi insegnamenti, di vedere con i tuoi occhi e di amare con il tuo cuore”.

Suo incarico primario è però quello di girare nei paesi, nelle parrocchie della Vecchia Castiglia per diffondere la conoscenza di don Guanella, dell’Opera e invitare giovani a consacrarsi a Dio. E Dio ha premiato la testimonianza di questo buon servo della Carità. Il primo gruppo di sacerdoti spagnoli che oggi la Congregazione ha sono tutti frutto della sua parola convincente, della sua allegria, della sua vita esemplare.

Alla morte della mamma dopo pochi mesi del suo arrivo in Spagna Fratel Giovanni scrive: “La mamma ha lasciato la terra per il Paradiso…Sì, mamma, l’appuntamento ora è per il Cielo. Siimi sempre vicina ovunque e, in unione con la Mamma di tutte le mamme, fa’ che ogni giorno lo spenda in amore di Dio”.

Un presentimento poco tempo prima dell’incidente: “Nel nome del Signore vado avvicinandomi alla Stazione Termini…Oh, san Giuseppe, fa’ che ci arrivi con la valigia piena di buone opere!”.

Nove ottobre 1971 dopo aver fatto le compere con suor Bettina Bertoli a Valladolid riprende la strada verso Aguilar, alle porte di Osorno viene investito da una macchina di grossa cilindrata che per un sorpasso azzardato aveva invaso la corsia opposta. Lo scontro fu tremendo. Portato all’ospedale, dopo un’ora Fratel Giovanni chiude la sua vita terrena, dopo aver ricevuto l’Unzione sacra.

 

Testimonianza di suo fratello Antonio

“Nella nostra famiglia, di 13 figli, dopo la fede, il lavoro, i valori della vita, hanno avuto una parte importante anche gli incidenti: il 9 ottobre 1971 è morto Giovanni in Spagna, il 21 della stesso mese un altro sinistro ci ha portato via Danilo, di un anno più vecchio di me, ed ha coinvolto e segnato nel fisico Cirillo; nel 1975 un incidente sul lavoro ha stroncato Pietro. Con l'aiuto del Signore e la saggezza dei tanti anni vissuti conservo nel cuore un grande affetto per tutti i miei fratelli, i figli di mamma Clementina e quelli di mamma Carmela, di cui sono l'ultimo nato, classe 1927, e l'unico superstite: ma fra tutti il più vicino al mio cuore è senz'altro Giovanni, che, essendo nato nel 1913, era la nostra guida: lo rivedo che ci insegnava Ie preghiere del mattino e della sera e concludeva sempre con un pensiero, un ringraziamento alla ‘Mamma celeste’. Il suo esempio di vita era così forte, la sua testimonianza era così fervida e convinta che portò fra i seguaci di don Guanella anche nostro fratello Pietro ed il cugino don Danilo. Pronto al dovere, si sacrificava sempre, soffriva in silenzio, offriva al Signore le sue umiliazioni e le sue sconfitte umane con serenità e grande fede. Mentre era studente a Barza d'Ispra, durante una vacanza a fine maggio, ad esempio, partecipò al pellegrinaggio parrocchiale alla Madonna della Comuna, allora organizzato dal Curato don Secondo Zorzella, a piedi scalzi, perché anche quello era un modo per fare penitenza, ma con grande naturalezza e serenità, col sorriso sulle labbra. Era attento e vicino ai giovani: in tasca aveva sempre delle caramelle che offriva ai bambini; sapeva fare semplici giochetti di prestigio per divertire e attirare l'attenzione; per i giovani si sacrificava senza calcoli: in cucina a Barza, incurante del caldo e del sudore, si prese una broncopolmonite; in Spagna, girando fra Ie famiglie di umili contrade scherzava in allegria e condivideva la povera mensa, dove capitava. Accanto alla preghiera la carità era l'altro pilastro della sua vita e del suo apostolato: per la provincia di Vercelli girava per la questua di riso per la sua "famiglia", i poveri di don Guanella e a Roma raccoglieva vestiti ed offerte in danaro che finivano sempre in carità silenziosa ma efficace. Chiedeva con semplicità bonaria e senza vergogna perché non lo faceva per sé, ma per i suoi poveri e per il Signore, ed otteneva malto perché sapeva parlare alle coscienze ed ai cuori. Durante la guerra, ad un posto di blocco in provincia di Vercelli, rischia di vedersi sequestrare il carico di riso che aveva messo insieme con tanta fatica. Quattro ragazzi della pattuglia per fortuna lo conoscevano e sapevano a chi serviva quel riso e lo dissero ai loro graduati: ma Giovanni volle condividere un po' di quella carità e offrì loro un sacchetto pieno di riso. Sempre durante la guerra un altro spavento lo provò a Roncanova, a qualche chilometro da casa, quando i Carabinieri locali ci fermarono per alcune ore credendoci partigiani: tutto si risolse in fretta, grazie all'intervento del nostro parroco don Antonio Romagnoli e del comandante della Stazione dei CC di Sanguinetto, ma di certo non fu estraneo I'aiuto della Madonna che pregammo insieme durante il fermo. Nel 1958 mi sposai e feci il viaggio di nozze a Roma e così ebbi modo di assistere all'incoronazione di Papa Giovanni XXIII e conoscere un po' qualche personalità del Vaticano: il Cardinale Mìcara, il Cardinale Piazza, il Comandante delle Guardie Svizzere, di cui non ricordo più il nome, suor Pascalina, assistente e collaboratrice di Pio XII. Nonostante si muovesse in quest'ambiente Giovanni rimase sempre semplice e umile: trattava tutti con grande rispetto e devozione e si sentiva solo un servitore. A proposito, il Cardinale Mìcara, che per nascita, età e formazione era veramente un principe della Chiesa e amava circondarsi di persone molto istruite (l'autista e la cuoca erano laureati in lettere) dopo un periodo di prova non apprezza iI servizio di Giovanni, troppo dimesso, e lo rimandò a Barza. Dopo un mese o poco più, con insistenti telefonate al superiore generale dei guanelliani lo fece tornare al suo servizio e Giovanni, come sempre obbediente ai superiori e ai disegni del Signore, torna a Roma a servire il cardinale con spirito francescano, per lunghi anni, fino alla morte del cardinale. Di tanto in tanto il cardinale gli concedeva qualche vacanza perché venisse a trovare I'anziana mamma Carmela, ma spesso telefonava per richiamarlo d'urgenza perché non riusciva a star senza Giovanni. Giovanni infatti comunicava delicatezza e calore, possedeva una fede convinta, parlava con fermezza, umiltà e grande rispetto: con naturalezza era esempio vivo di amore cristiano”.  (Antonio Vaccari)

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