Alcune sfide che la Congregazione dei Servi della Carità ha deciso di affrontare, lungo il cammino dei prossimi sei anni, dopo il XXI Capitolo generale dell’Opera guanelliana maschile, celebrato nell’ottobre 2024.
La prima sfida, che vi ho già illustrato nello scorso dicembre, consiste nel recuperare la dimensione della nostra figliolanza divina, quale tipicità del nostro carisma guanelliano. Don Guanella vedeva, infatti, nella paternità di Dio verso noi uomini la principale sorgente del suo carisma, dono ricevuto dallo Spirito Santo. Con voi vorrei, ora, sviluppare brevemente la seconda sfida, quella del “segno” della fraternità.
Siamo tutti consapevoli che nella società odierna siamo indotti a vivere nell’individualismo più che nella fraternità, a darci pensiero e preoccupazione della nostra vita personale, dei nostri interessi, averi e progetti più che ad aprirci alla solidarietà e all’ attenzione agli altri, specie a chi ha più bisogno. In realtà noi stiamo bene e non ci manca nulla del necessario per vivere. Ma l’esperienza triste del Covid nel 2020 ha dimostrato chiaramente che sta diminuendo tra noi l’apertura al Vangelo, che ci esorta all’attenzione a chi ci vive accanto, che ci induce ad allargare gli orizzonti del nostro sguardo fuori dalla nostra casa. È diventata ormai un’abitudine guardare, attraverso i social, le provocazioni spesso drammatiche, provenienti dai luoghi di guerra, dai paesi dove la fame, la miseria, le malattie sono di casa e provocano morti continue, ma nulla tocca più il cuore. «Poveretti!», è l’espressione che affiora sulle nostre labbra e accontenta il cuore! C’è il rischio che l’abitudine di vedere queste situazioni drammatiche distrugga in noi la sensibilità, l’umanità, la fraternità universale. Tanto io cosa ci posso fare?
Questo, cari lettori, può accadere anche in qualche comunità religiosa, in qualche parrocchia o centro di carità. Anche la vita religiosa non è esente da questo stile di vita e di giudizio. Si perde pian piano l’impegno a costruire fraternità, a farsi carico della situazione dell’altro, a compartecipare delle preoccupazioni che albergano nel suo cuore e nella sua vita, a stargli vicino, in maniera di sostegno incoraggiante, nella malattia e nella sofferenza e, come il buon samaritano, a fare la propria parte, pur se non risolutiva, al fine di sollevare le preoccupazioni del fratello.
Cari lettori, ci diceva il papa san Giovanni Paolo II che la fraternità è qualcosa di più di una elemosina, liberatoria della propria coscienza; è lasciarsi coinvolgere nella vita dell’altro, è sentire che l’altro dice o chiede qualcosa a me in prima persona. Lasciamo per una volta di domandarci che cosa devono fare il Comune, lo Stato, la Chiesa, la Congregazione, i Superiori, per risolvere quella situazione difficile. Il Vangelo del buon samaritano ci esorta, alla fine della parabola, con questa parola: «Va’ e fa’ anche tu lo stesso».
Il nostro XXI Capitolo generale ha sottolineato che l’Opera Don Guanella sta scrivendo nel mondo pagine stupende di attenzione e solidarietà verso gli ultimi. I poveri sono la nostra “Terra santa”; essi ci permettono di servire Cristo attraverso la cura delle miserie corporali, sociali, spirituali. E questo edifica, dà serenità e pace. Ma, certamente in qualche nostra comunità può prevalere l’individualismo, il pensare e fare da sé, il non dedicare tempo ed energie ai confratelli. Ci si giustifica col dire: «Siamo tutti adulti». È vero, amici, ma la fraternità non guarda l’età, né l’autonomia della persona, ma il bisogno che l’altro sta vivendo in qualsiasi tappa della sua vita.
Don Guanella, infatti, ci ha lasciato come riferimenti della nostra missione guanelliana proprio il comportamento del buon pastore e del pietoso samaritano. Compito del pastore e del samaritano non è prendersi cura una volta sola della pecora smarrita o del malcapitato, ma vivere questo “ministero” ogni giorno e in ogni occasione che si presenta. Papa Francesco ha affermato, qualche anno fa, che il pastore che vive ogni giorno a contatto con il suo gregge, porta sui propri vestiti l’odore delle sue pecore. Ecco, lo stare insieme alle persone ci rende parte integrante della loro vita!
Cari Lettori, siamo ormai prossimi alla Pasqua, al cuore dell’Anno Santo, e il mistero che celebriamo è invito pressante ad assumere questo ideale di fraternità come stile della nostra vita. Gesù consegna tutto se stesso all’uomo, perché attraverso l’offerta del suo corpo e il versamento del suo sangue sulla croce si ristabilisca la pace tra il Padre e l’umanità. A Pasqua celebriamo l’opera di salvezza che Gesù, per amore nostro e non per interesse personale, ha compiuto per gli uomini.
Papa Francesco, parlando della Pasqua, ha invitato l’umanità a raccoglierne i segni e a diventarne i continuatori nella vita: «Noi annunciamo la risurrezione di Cristo quando la sua luce rischiara i momenti bui della nostra esistenza e possiamo condividerla con gli altri; quando sappiamo sorridere con chi sorride e piangere con chi piange; quando camminiamo accanto a chi è triste e rischia di perdere la speranza; quando raccontiamo la nostra esperienza di fede a chi è alla ricerca di senso e di felicità» (Regina caeli, 6 aprile 2015).
Desidero, in questo Anno Santo, augurare una Pasqua così a tutti voi, cari lettori di Servire. Diventate occhi, orecchi, parola, cuore di Cristo per le miserie umane che vi circondano in questo momento storico e applicatevi con tutti i mezzi che avete a disposizione per rispondere personalmente e concretamente alle attese dei fratelli, riaccendendo in loro una speranza nuova, una fraternità possibile, perché Cristo è risorto! Auguri! Buona Pasqua alle vostre famiglie!