
Cappella dedicata a san Pio X nella Basilica di San Giuseppe al Trionfale
di don Lorenzo Cappelletti
La testata della navata sinistra della Basilica di san Giuseppe al Trionfale è dedicata a buon diritto a san Pio X. Diciamo “a buon diritto”, perché l’aiuto dato da san Pio X all’azione di don Guanella al Trionfale fu davvero decisivo. Fu lui a incoraggiare e a sostenere la costruzione della basilica e fu lui, che portava il nome del padre putativo di Gesù (Giuseppe Sarto), a volere l’approvazione nel 1913 e a elevare a primaria nel 1914 la “Pia Unione del Transito di S. Giuseppe per gli agonizzanti”, iscrivendosi a essa come primo associato.
Discorso ai
pellegrini appena giunti a Roma, piazza San Pietro,
3 settembre 1925
Siamo a Roma, la città del Vicario di Gesù Cristo, la sede del maestro dei popoli e delle genti: O Roma felix! O Roma beata, che possiedi il Cristo in terra! Siamo a Roma, la città dei martiri! Si può dire che in questa città non v’è zolla che non sia stata imporporata dal sangue dei confessori della fede. Si direbbe che Dio ha voluto lavare col sangue dei suoi servi generosi il suolo di Roma pagana per farne la Roma novella, il centro della sua Chiesa, in cui non è macchia di corruzione né ombra di errore! Siamo a Roma, la città dei santi! Non vi è nel mondo cattolico città che vanti tanti santi quanti ne vanta questa Roma gloriosa. Qui i santi fiorirono numerosi come i fiori immacolati delle nostre alpi. È Dio che così ha disposto, per fare di questa fortunata città l’immagine vivente della celeste Gerusalemme, la patria dei santi. Siamo a Roma, la città indistruttibile come è indistruttibile Gesù Cristo. Qui Gesù Cristo regna nel suo Vicario a dispetto della persecuzione, a dispetto delle eresie, a dispetto della empietà: non v’ha nemico che lo possa vincere, non v’ha forza che lo possa abbattere. Fuggite, o forze del mondo; o forze dell’inferno congiurate assieme, fuggite! Qui vince il Leone di Giuda, che ha fatto e fa e farà di Roma la capitale delle sue divine conquiste!
O Roma immortale e santa! Noi ti rechiamo l’omaggio dei nostri cuori, l’omaggio del nostro popolo, il saluto della nostra terra lontana e cara! Irrigidisca la nostra mano destra, si attacchi al palato la nostra lingua, cessi di battere il nostro cuore prima che ci scordiamo di te! E inaridiscano le nostre sorgenti alpine e crollino le cime delle nostre montagne prima che il nostro popolo cessi di guardare a te, maestra di verità, faro di civiltà, speranza della umanità!
Siamo a Roma non solo, ma siamo nel cuore di Roma, perché il cuore di Roma è questa basilica incomparabile. Entrando noi ci siamo inginocchiati a baciare il suolo di questa basilica colla fede stessa e collo stesso amore dei pellegrini antichi. È giusto: questo luogo è straordinariamente santo. Sotto a questo suolo riposano le spoglie degli apostoli, dei martiri del Signore e dei pontefici sommi. È giusto: qui sotto è collocata dalla mano di Dio quella pietra fatidica di cui Gesù Cristo ha detto: «Super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam», «Sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa». È giusto. Prima di noi si inginocchiarono al bacio ardente gli antenati della nostra fede, i campioni dell’amore a Gesù Cristo, alla Chiesa, al Papa, da Carlo Magno ai cavalieri delle crociate, dai soldati di Lepanto agli zuavi di Castelfidardo, da san Luigi re di Francia a san Carlo Borromeo, da sant’Ignazio a santa Teresa del Bambino Gesù! È giusto e santo il bacio a questo suolo e a queste mura: è la basilica del Papa. Qui il Papa celebra i sacri riti nella maestà più sublime della liturgia cattolica, qui benedice il mondo, qui insegna come Pietro, e come Pietro conferma nella fede i suoi fratelli e pasce il suo gregge.
I discorsi tenuti
dal vescovo Bacciarini a Roma saranno pubblicati
integralmente sul n. 4
della rivista Pagine Guanelliane,
attualmente in preparazione

Nel 1925 il vescovo di Lugano guidava i pellegrini a Roma. Cento anni dopo la sua voce ancora ci parla
di Riccardo Bernabei
Il venerabile Aurelio Bacciarini, vescovo di Lugano dal 1917 al 1935, aveva fatto dei pellegrinaggi uno strumento fondamentale della propria azione pastorale. L’anno giubilare del 1925 fu occasione per guidare 1.800 suoi diocesani a Roma, in due pellegrinaggi svoltisi fra settembre e novembre di quell’anno.

L’enciclica di papa Francesco Dilexit nos richiama al primato del cuore nella vita di Gesù e nella nostra. Con un primo articolo accostiamo questo importante documento pontificio
di don Gabriele Cantaluppi
Dilexit nos (Egli ci ha amati) è la quarta lettera enciclica che papa Francesco ha pubblicato il 24 ottobre 2024, sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo, a conclusione del 350esimo anniversario della prima apparizione di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690). Fu a lei, monaca nel monastero della Visitazione a Paray-le-Monial (Francia), che nel 1675, durante l’ottava del Corpus Domini, per la prima volta Gesù si manifestò, additandole con la mano il suo Cuore e invitandola a promuoverne la devozione.

di Franco Lain
I fatti
Nel gennaio del 1875 don Guanella lascia Savogno per recarsi a Torino. Si può leggere questo come il momento in cui di fatto dà una svolta alla sua vita, abbandonando l’idea di fare per sempre il curato di parrocchia (sia pure a modo suo, come aveva fatto negli anni di Savogno) per cercare di rispondere a una vocazione ancora incerta e nebulosa, a una voce del cuore non definita ma imperiosa che lo induceva al pensiero di fabbricare qualche ciabotto. Iniziava così il suo tempo di “esodo”, un cammino che durerà più di dieci anni, tra Torino, Traona, Olmo, Pianello, per approdare a quella Piccola Casa della Divina Provvidenza, considerata la madre di tutte le sue opere.
Ormai settantenne, don Luigi ricorda le date con una certa approssimazione, ma certamente ha invece viva memoria per le idee, i sentimenti e i fatti. Ecco quel che detta nella raccolta “Le vie della Provvidenza”:
Pareva al Guanella d’aver compiuto l’ufficio suo in Savogno. Doveva ora essere nominato … alla parrocchia di Caspano o alla parrocchia di Torre … Ma l’effetto fu di non essere nominato né al primo né al secondo posto. Così sia e don Guanella inoltrò pratiche per chiamare don Bosco ad una fondazione collegiale nella diocesi di Como. A tale scopo intraprese più viaggi, finché, avuto dallo stesso don Bosco un certo sacerdote Sala che lo sostituisse in Savogno, ottenne di aggregarsi a don Bosco e di rimanervi per un triennio. Il curato di Savogno aveva con sé la sorella Caterina, ora serva di Dio, che a Savogno godeva alto credito di virtù. Il curato dunque partiva per Torino e la sorella rientrava in famiglia del padre in Campodolcino. Fu rincrescimento come alla morte di persone carissime, ma si sapeva che don Luigi Guanella non si sarebbe ripiegato, e si rassegnarono alla penosa dipartita”[i]. Continuando le memorie, don Guanella cita finalmente la data e detta: Una sera del gennaio 1875 don Guanella s’inchinava per baciare la destra di don Bosco[ii].
I due studi storici di Michela Carrozzino[iii] e di Maria Luisa Oliva[iv] analizzano con una certa ampiezza questo passaggio della vita del fondatore, attingono anche a dati provenienti da altre fonti, sia guanelliane che salesiane, e avanzano varie ipotesi sulle motivazioni. Grazie a questi studi possiamo ricostruire le date esatte degli avvenimenti: il 21 gennaio 1875 (il giorno dopo la festa di San Sebastiano) don Michele Sala arriva a Savogno e, dopo avergli dato il benvenuto ufficiale presentandolo ai fedeli, il 24 gennaio don Guanella parte da Savogno. Passando da Prosto e Chiavenna si reca a salutare i suoi a Fraciscio. Il 29 gennaio arriva a Torino e saluta don Bosco che lo accoglie dicendo: “Andiamo in America?”.
Le ragioni
Nel ricordare la sua partenza da Savogno, sembra che don Guanella abbia coscienza che alcuni aspetti risulteranno difficili da comprendere, che è necessaria qualche spiegazione in più per questa svolta. Maria Luisa Oliva nota: “quasi quarant’anni più tardi, dettando i suoi ricordi, dovette sentirsi ancora imbarazzato a raccontare quei momenti di abbandono della sua prima terra di lavoro e il suo farsi salesiano. Accomiata il suo segretario o amanuense e di suo pugno scrive quella paginetta che chiude i ricordi di Savogno … Si sente ancora tra le righe l’emozione e l’esitazione sua, il dubbio o la perplessità degli altri”.[v]
Infatti questa è l’unica parte scritta di propria mano da don Guanella in tutto il testo de Le vie della Provvidenza:
Come si spiega questa risoluzione così decisa di don Guanella? I parrocchiani gli erano affezionati e docili e sapeva di poter continuare fra essi a fare del bene. Nella sorella aveva un angelo di buon esempio. I confratelli parroci non sapevano darsene ragione. E lui, don Guanella, impassibile in affidare la casa, la parrocchia e per poco la coscienza propria ad uno sconosciuto o giù di lì, che di moto proprio e con qualche festa volle personalmente insediare al proprio posto. Questo per lo meno sapeva di strano. Ma il curato fra l’altro rispondeva ai suoi: “Che volete? Quando anni fa il bruco rodeva i castagni, abbiamo fatto voto ed eretto la bella immagine del Sacro Cuore presso la Stufa dell’Andrea e il bruco immantinente si arrestò. Io potrei divenire come quel bruco dimorando più a lungo fra voi, perciò facciamo voto al Sacro Cuore che tutti ci benedica. Sento in me che la divina Provvidenza mi chiama a Torino e sarà quel che Dio vuole. Io spero in bene. Addio tutti!”. E partì insalutato ospite per non dar noia a sé e agli altri. Ai Crotti fu forzato a bere il bicchiere della staffa presso il vecchio Clara e a Prosto ed a Chiavenna lasciò un saluto che riuscì fredduccio, perché non credevano alla fortuna di questa partenza. Veramente, all’occhio comune, questo originale di curato di Savogno manifestava sentimenti e compiva opere solo solo, perciò non potevano essere comprese. Che fare? Al solito don Guanella si consigliava con Dio nella propria coscienza e addio tutti con piena semplicità e con franchezza di cuore[vi].
Alcune domande per noi.
All’inizio di questo anno giubilare, potremmo fare alcune riflessioni nel fare memoria di questo evento così importante e decisivo nella vita del nostro fondatore. Con piena semplicità e con franchezza di cuore, si potrebbero presentare riflessioni che in qualche modo coinvolgono ciascun confratello personalmente, ma anche ogni comunità, la congregazione e la famiglia guanelliana.
Anzitutto la storia del bruco del castagno. Ancora la Oliva osserva: C’è tuttavia un dettaglio da valutare: se fosse rimasto sarebbe diventato come quel bruco: che cosa vuol dire? Che se fosse rimasto a Savogno, come il bruco fermato davanti alla cappella del S. Cuore, la sua strada non sarebbe andata avanti come Dio voleva? Oppure che cominciava a corrodere tutto il bene che era cresciuto in quegli anni a Savogno e se fosse rimasto più a lungo avrebbe recato più danno?[vii]
Don Guanella, parroco attivo sia per la cura prettamente pastorale che indirizza le anime a Dio e offre loro la sua grazia, sia per la promozione umana del suo gregge e l’attenzione agli ultimi prediletti del Padre, decide di cambiare stile di vita, di fare qualcos’altro. Negli ultimi venti anni almeno, nella nostra congregazione stiamo dando sempre più importanza all’apostolato parrocchiale, dando vita a parrocchie più o meno “samaritane”, con alcune esperienze belle e alcuni risultati ammirevoli. È un salto in avanti legato ai segni dei tempi o è un ritornare alla “preistoria” guanelliana, al don Guanella di Savogno? Se lui ha lasciato la parrocchia, è bene per noi ritornarci? Forse sì, visto che anche lui, verso la fine della vita, spinto dal santo Pio X, è ritornato alla parrocchia con San Giuseppe al Trionfale? … comunque credo che sia bene chiedersi fino a che punto, nel nostro stile tipico di missione, debba essere presente in noi la spinta a fabbricare qualche ciabotto, ad avere e gestire strutture specifiche per bisogni specifici. Non si tratta tanto di scegliere tra strutture grandi o piccole, tipo istituto o tipo villaggio, con aiuti governativi o private, in proprietà o in gestione. Si tratta piuttosto di sentirsi completi, realizzati, contenti come religiosi (e sacerdoti se è il caso) e come comunità nel vivere il carisma guanelliano di servizio caritativo specifico nel dare “casa” ai bisognosi con semplicità e impegno organizzato. Don Guanella lascia la parrocchia per il sogno di un ciabotto. Forse noi, ormai soffocati dal peso dei “ciabotti” che sono diventati palazzi o caserme, sfuggiamo cercando spazio di rifugio in sacristia e in confessionale … e rischiamo di abbandonare parte dell’intuizione carismatica del fondatore?
Un’altra riflessione potrebbe nascere da questo anniversario: don Luigi lascia Savogno con una svolta brusca, ma questo è solo l’inizio di una strada a molti tornanti, di un cammino più che decennale, di un vero esodo, segnato da offerte allettanti come il famoso “andiamo in America?” di don Bosco, dall’esperienza entusiasmante di Traona quando “credeva di avere la Provvidenza in tasca” e dalla sconfitta deludente che lo conduce a Olmo con “lo spettro dello scoraggiamento”, e poi dai lunghi anni di preparazione inquieta, operosa e silenziosa a Pianello. Qual è l’esodo che il Signore chiede a noi oggi, e siamo disposti a compierlo? Quali offerte ascoltiamo? Quali esperienze iniziamo? Come elaboriamo, senza nasconderle, le nostre sconfitte? Quale preparazione di preghiera e di riflessione stiamo facendo?
In questo anno giubilare, che la nostra speranza sia viva e aperta, profondamente radicata e disponibile a tutte le svolte che la strada di Dio ci indicherà.
[i] Luigi Guanella: Le Vie della Provvidenza, Memorie autobiografiche. Nuove Frontiere, Roma 2003. Pag. 45
[ii] Ibidem, p.47
[iii] Michela Carrozzino: Don Guanella e Don Bosco, storia di un incontro e di un confronto. Nuove Frontiere Ed., Roma 1989
[iv] Maria Luisa Oliva: Luigi Guanella: gli anni di Savogno (1867 – 1875). Nuove Frontiere Ed, Roma 1991
[v] M.L. Oliva, O.C., pag. 300
[vi] Luigi Guanella: Le Vie della Provvidenza, Memorie autobiografiche. Nuove Frontiere, Roma 2003, Pag. 46
[vii]M.L. Oliva, O.C., pagg. 300-301

La lettera “postulatoria” con cui don Orione chiede a Pio XI di avviare la Causa di beatificazione di don Guanella
è testimonianza preziosa di una lunga amicizia
di don Gabriele Cantaluppi
Il termine “carità” nell’etimologia greca richiama grazia, gentilezza, disponibilità ad accogliere le persone che si incontrano, riconoscendo nella loro presenza un dono. Sono proprio questi i tratti manifesti della grande amicizia fra san Luigi Orione e san Luigi Guanella, che attenuano una distanza generazionale di trent’anni.

di don Alfonso Crippa
La collana I tascabili Don Guanella si arricchisce della nuova biografia del Servo di Dio Giovanni Vaccari (1913-1971). È il terzo libro che presenta il racconto della vita di questo fratello laico guanelliano. Il primo fu quello di don Carlo De Ambroggi, scritto nel 1972, un anno e mezzo dopo la sua morte, e pubblicato dalla Pia Unione del Transito di San Giuseppe. Risale invece al 2002 un altro ‘tascabile’ dovuto a Mario Sgarbossa.

Como, 24 ottobre 1917: il ricordo di monsignor Aurelio
Bacciarini a due anni dalla morte di don Luigi Guanella
Due anni or sono, come oggi, stavamo intorno al letto dove don Luigi (lasciate che lo chiami con questo nome semplice e familiare, al quale le labbra di tutti si sono affettuosamente abituate) agonizzava come un crocifisso in uno schianto di sofferenze indicibili. La sua vita gagliarda si spegneva lentamente, amaramente sotto i colpi del male che su di lui imperversava come un turbine. Iddio, nei suoi disegni adorabili, volle così purificare il suo servo fedele e prepararlo alla grande corona nell’eternità. Don Luigi aveva detto che il suo programma era sempre stato: «Pregare e patire» e gli ultimi suoi giorni, le ultime sue ore furono sublime compendio di questo santo programma, poiché in quei giorni, in quelle ore altro non fece che patire e pregare, come vittima immolata a Dio per il bene di tutti.