" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)
Nato a Roma il 24 aprile 1923
Entrato a Fara Novarese, l’11 ottobre 1938
Noviziato a Barza d’Ispra, dal 12 settembre 1943
Prima Professione a Barza d’Ispra, il 12 settembre 1945
Professione Perpetua a Barza d’Ispra, il 12 settembre 1948
Sacerdote a Milano, il 1o luglio 1951
Morto a Montebello di Perugia, il 23 gennaio 2016
Sepolto nel Cimitero di Prima Porta, Roma
Don Romano Di Ruscio nasce a Roma il 24 aprile 1923 da mamma Elisa D’Erasmo e da papà Secondo e, come tanti bambini delle famiglie romane, riceve il battesimo nella Basilica di San Pietro il 26 giugno dello stesso anno. Da bambino comincia a frequentare l’oratorio di Valle Aurelia appartenente alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale e amministrata da padri guanelliani. È il tempo in cui oltre a crescere nella fede sbocciano i primordi della vocazione religiosa guanelliana. Romano si lascia condurre con grande apertura di mente e di cuore sulle strade del discernimento vocazionale e alla fine aderisce con grande disponibilità all’invito del Signore di seguirlo nella vita consacrata guanelliana. Nel momento di entrare in seminario, sarà don Alessandro Zaffaroni che attesterà di lui: «ottima condotta religiosa, civile e morale ha dimostrato sinceramente e liberamente di essere chiamato alla vita religiosa». Ed ecco il momento del primo distacco dall’ambiente “romano trionfalino” per recarsi alla prima esperienza di formazione guanelliana a Fara Novarese l’11 ottobre 1938. Dopo aver completato gli studi ginnasiali si reca a Barza d’Ispra per iniziare la classica esperienza del noviziato sotto la guida di don Carlo De Ambrogi. A Barza la vita è ben scandita dai valori di una vita comunitaria religiosa: lavoro, preghiera, spirito di sacrificio, testimonianza concreta di tanti confratelli. Tutto questo lo incoraggia e sprona ad emettere il 12 settembre 1945 la prima professione religiosa. Erano gli anni della guerra, e quindi anni di rinuncia, di scarsità e malgrado tutto questo il chierico Romano proseguì il suo cammino con tenacia. Il suo percorso formativo come per tanti confratelli fu segnalato dalla presenza del Beato Cardinale Schuster, allora Arcivescovo di Milano. Sarà proprio Schuster a conferirgli i diversi Ministeri e particolarmente l’Ordinazione sacerdotale che ebbe luogo il 1o luglio 1951 nel Duomo di Milano. La grazia dell’Ordinazione presbiterale gli aprì una fonte di grazie che lui stesso non immaginava dove lo avrebbe portato e a che cosa sarebbe stato chiamato. La prima obbedienza dei suoi Superiori fu a Velletri come prefetto di disciplina nel seminario minore. Vi dimorò otto anni trasfondendo nei ragazzi in cammino vocazionale tutte le sue primizie sacerdotali e le sue doti e capacità giovanili. L’anno scolastico 1959-60 lo trascorse come educatore a San Giuseppe al Trionfale, lì proprio dove maturò la sua vocazione guanelliana sacerdotale. Ma la Provvidenza teneva riservate per lui altre sponde, precisamente negli Stati Uniti, terra d’oltreoceano visitata dallo stesso Fondatore. Il 4 giugno 1960 insieme a don Germano Pegoraro parte da Genova sul piroscafo “Giulio Cesare” diretto a New York, per raggiungere i primi confratelli che di recente erano sbarcati in terra nordamericana, pronti per entrare in un nuovo ambiente, ma senza una minima conoscenza della lingua inglese. Che incoscienza evangelica! Don Romano non si scoraggia e dopo una breve permanenza presso la Chiesa di Santa Monica di Filadelfia gli viene dato l’incarico di curarsi dei ragazzi disabili mentali. Assieme a don Paolo Saltarini, don Luigi Frangi e don Germano Pegoraro e alle suore Rosetta, Ida, Bernardine e Louise, Figlie di S. Maria della Provvidenza, dopo un duro lavoro riescono ad aprire il “Don Guanella School” il 24 ottobre 1960. Nei primi 5 anni di attività nel Don Guanella School, don Romano realizza un servizio diuturno a cinquanta ragazzi disabili. Molte sono le difficoltà che lui e il suo staff religioso devono superare; senza mai arrendersi e con la sua eccezionale dote di ottimismo riuscì a vincere tutti gli ostacoli. Da ricordare a questo proposito che, nel primo anno della “Don Guanella School”, una notte durante un violento temporale, il tetto del dormitorio viene spazzato via da una violenta raffica di vento e l’acqua inzuppa i letti dei malcapitati ragazzi che si spaventano. Don Romano, sempre con la sua calma olimpica, riesce a sistemare tutto spostando i letti dove c’è la possibilità di un riparo. In tutto questo trambusto alcuni ragazzi, che dormivano profondamente, non si accorsero di nulla. Nell’ottobre del 1968 don Romano viene nominato direttore responsabile della “Don Guanella School”. Grazie alle sue doti dirigenziali la scuola affronta notevoli innovazioni e migliorano le condizioni di ricovero dei ragazzi. Per fare tutto questo padre Romano dovette affrontare molte riunioni presso i “Catholic Social Services” dell’Arcidiocesi di Filadelfia e tanta fu la sua insistenza che ottenne tutto quanto aveva chiesto. Finalmente nel febbraio del 1975 don Romano annunciava con gioia che il progetto della nuova scuola era stato approvato e il 3 ottobre 1976, assieme a don Luigi Frangi e fratel Sante Satalino aprirono le porte ai primi arrivati al “Card. Kroll Center” di Springfield. Così in questo nuovo istituto si poterono accogliere 129 nuovi arrivati: 100 ragazzi, 26 giovani signore della Divina Provvidenza Village ed alcuni della Comunità. Il “Don Guanella Village” era equipaggiato con tutti gli attrezzi di ginnastica grazie ai quali i giovani mentalmente menomati si preparavano in campo sportivo con la possibilità di partecipare a competizioni riservate alla loro categoria. Dai 4 componenti del Villaggio del 1960 si è passati ad uno staff di 155 persone al “Guanella School” e di 85 al “Cardinal Kroll Center”. Nel frattempo don Romano partecipa ad innumerevoli corsi per avere presso lo Stato americano l’accreditamento delle istituzioni guanelliane di Springfield. Inoltre don Romano fu il primo Superiore della Vice Provincia “Immaculate Conception” e per diversi periodi esercitò questa carica. Gli ultimi anni di don Romano in quella terra dove lui aveva dato la sua vita non furono facili e dovette affrontare momenti davvero difficili. Provato da diverse vicissitudini e dalla salute che incominciava a declinare don Romano si convince che era necessario ritornare in Italia. Nel 2006, don Romano viene trasferito alla Provincia Romana San Giuseppe e destinato all’Istituto Sereni di Montebello (Perugia) come collaboratore nell’attività; aveva già i suoi 82 anni di età. La situazione della salute continua la sua corsa inesorabile di declino. Incominciano i primi segni di demenza senile che lo porteranno ben presto a doversi servire della carrozzella e di una assistenza specialistica più adeguata. È stato edificante in quegli anni assistere a quanto i confratelli della comunità hanno messo in atto per sostenerlo e renderlo il più partecipe possibile alla vita della comunità stessa. Il Signore lo chiamò a sé il 23 gennaio 2016. Aveva trascorso in questa comunità di Perugia ben 10 anni della sua vita. Don Romano che aveva donato la sua vita per i “buoni figli” di don Guanella correva a prendere il premio riservato per coloro che hanno servito Cristo nella persona dei suoi poveri. Chiediamo la sua intercessione adesso che è con il Padre per tutte le case guanelliane che si dedicano su questa terra a servire i più piccoli.

Il giorno 6 dicembre 2021, alle ore 11.00, nella nostra Casa “Madonna del Lavoro” di Nuova Olonio, è tornato alla Casa del Padre il Caro Confratello DON SANDRO DE SIMONI di anni 84." ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)
Nato a Roma il 20 novembre 1929
Noviziato a Barza d’Ispra dal 12 settembre 1948
Prima Professione a Barza d’Ispra il 12 settembre 1950
Professione Perpetua a Barza d’Ispra il 12 settembre 1956
Sacerdote a Barza d’Ispra il 22 giugno 1958
Morto a Roma il 22 gennaio 2018
Sepolto nel cimitero di Roma Verano
I genitori di don Sergio erano di Fossato di Vico, un piccolo paese della provincia di Perugia (Umbria), quasi al confine con quella di Ancona (Marche). Pietro e Marescalchi Rosa, una volta sposati, vi abitarono in via Campo dei fiori al secondo piano, fino a quando decisero, probabilmente per lavoro, di trasferirsi a Roma in via Carlo Alberto Racchia, n. 2, rione Prati, parrocchia San Giuseppe al Trionfale. Qui a distanza di due anni, l’uno dopo l’altro, nacquero Anna nel 1925, Maria Luisa nel 1927, ed il nostro Sergio il 20 novembre del 1929, che riceverà il Battesimo esattamente 20 giorni dopo, non nella sua parrocchia, ma in quella confinante del Rosario. Nella sua, riceverà la Cresima 10 anni dopo, il 22 aprile 1939. Di ciò che visse e del come visse nel resto della sua fanciullezza, lo possiamo ricavare solo da fonti parallele. Con la scuola, che iniziò a frequentare in età scolare, va ricordato il luogo per eccellenza dei suoi svaghi, delle prime amicizie, della sua formazione alla fede e ai sacramenti: l’Oratorio di San Giuseppe al Trionfale. Da casa, vi arrivava rapidamente, all’inizio accompagnato dalla mamma, poi, man mano dalle sue sorelle, sempre più attirati dalla possibilità di incontrarsi, divertirsi, far festa, ricevere istruzione scolastica e cristiana. Probabilmente la sua decisione di entrare in seminario, appena varcata la soglia della adolescenza, dipenderà anche dal clima respirato e dall’esempio ricevuto in oratorio. A sbocciare, in effetti, non fu solo la sua vocazione. Nell’ottobre 1943, aveva quasi 14 anni, chiese ed ottenne di entrare nel nostro “Seminarietto” a Roma, in Via Aurelia Antica, 94 che, aperto durante la Seconda guerra mondiale, veniva a sostituire il Seminario minore di Ferentino, sgomberato nel 1943-1944 per il rischio-bombardamenti. Sergio fu accolto da don Olimpio Giampedraglia (1915-1980), responsabile della formazione e da una quindicina di “studentini” come lui, provenienti non solo da Roma per frequentare le prime tre classi del ginnasio (le “medie” di oggi). In quegli anni, per terminare il regolare percorso di discernimento vocazionale, era necessario essere ammesso al vero studentato dell’Opera Don Guanella, situato allora in provincia di Novara, precisamente a Fara Novarese, dove si concludevano anche gli studi ginnasiali. Sergio vi giunge nell’autunno del 1946: portava con sé i suoi 17 anni di età e la ferma decisione di donare definitivamente la propria vita al Signore. Si introdusse, non senza difficoltà, nel nuovo ambiente. Tutto era tale: il clima umido e freddo della campagna novarese, il numero complessivo dei seminaristi (oltre 100 nelle cinque classi del ginnasio), quello dei suoi compagni di classe (con lui in IV ginnasio erano 29), i suoi professori e, tra questi, il nuovo superiore, don Paolo Saltarini (1914-2007). Fara comunque fu anche il tempo di forti sollecitazioni per la conoscenza e per incominciare a vivere l’essenziale della vocazione guanelliana. Due anni bastarono a Sergio per concludere il ginnasio e meritare il passaggio alla prima vera fase formativa e relative tappe: noviziato, periodo dei voti temporanei, quello della conclusione degli studi classici e filosofici del liceo. Allora tutto avveniva in una sola località: Barza d’Ispra in provincia di Varese, dove i candidati entravano il 12 settembre di ogni anno e ne uscivano il 12 settembre di 4 anni dopo. Sergio vi giunge il 12 settembre del 1948 e, in linea con il tirocinio descritto, consacrava il primo anno al noviziato, nello stile quasi monastico dell’“ora et labora” e con la saggia e santa guida di don Armando Budino (1913-1993), padre maestro. Così anche il secondo anno: con la differenza che lo studio delle materie liceali prenderà il posto del lavoro manuale e si concluderà con la prima professione religiosa, emessa, con altri 17 compagni di classe, nelle mani del Superiore generale Don Luigi Alippi (1902-1985), il 12 settembre 1950. Gli altri due anni di permanenza a Barza saranno dedicati al conseguimento del diploma liceale. Passò quindi alla seconda fase formativa, quella del “tirocinio”, un biennio (1952-1954) durante il quale Sergio doveva dedicarsi all’apostolato guanelliano tra i poveri e verificarne la compatibilità con le sue doti personali. Il risultato fu eccellente. Infatti, giunto con altri tre confratelli tirocinanti come lui, nel nostro Istituto Fanciulli poveri di Gatteo di Romagna, mostrò quasi subito di avere ottime qualità di educatore, dando assistenza ad oltre un centinaio di ragazzi bisognosi di tutto, perché afflitti non solo da povertà materiale. Si era meritato così un altro riconoscimento, che lo abilitava a continuare nella formazione con la fase più specifica, quella della preparazione immediata al sacerdozio. I superiori, con un gruppetto di suoi compagni, lo trasferirono a Como in Casa-Madre, luogo desiderato, invidiato per le possibilità che offriva. Si viveva accanto alla tomba del Fondatore. E, in mancanza di un seminario teologico guanelliano, ai nostri studenti era concessa facoltà di frequentare la scuola del vicino Seminario Teologico Diocesano. Sergio dedicò quattro anni allo studio della teologia (1954-1958): nei primi due, si preparò ed emise la professione perpetua, donando per sempre la propria vita a Dio e alla Congregazione (1956); negli altri due, chiese ed ottenne gli ordini sacri: suddiaconato (1957) e diaconato (1958). Il 22 giugno 1958, giunse anche il più bel dono della sua vita, l’Ordinazione sacerdotale. La riceve a Barza d’Ispra, con visibile commozione e con tanta riconoscenza al Signore. Erano venuti da Roma i suoi familiari. Numerosi anche i confratelli e gli amici, che gli fecero corona. Nella sua città e nella sua parrocchia, san Giuseppe al Trionfale, festeggiò solennemente una settimana dopo. Spiegabile ora in lui la voglia di “buttarsi” nel ministero, dopo 15 anni di preparazione (1943-1958) e 29 anni di età. Fu di suo gradimento la prima sede, affidatagli dai Superiori, l’Istituto San Gaetano di Milano. Avrebbe compiuto i primi passi nel settore pastorale, sia teoricamente, perché in quella sede ai sacerdoti novelli venivano impartite lezioni di teologia pratica per l’intero primo anno di sacerdozio; sia praticamente perché avrebbe potuto fare le prime esperienze di ministero nell’adiacente parrocchia. A Milano, non era ancora trascorso l’anno di permanenza, che a don Sergio fu chiesto di trasferirsi ad Alberobello in Puglia, come educatore nel Seminario minore (1o settembre 1959). Non avendo riscontri, difficile precisare con quale stato d’animo egli accolse la decisione. Da un lato si trattava di un “salto” geografico e culturale non indifferente; dall’altro non è escluso si trattasse di un atto di fiducia nei suoi confronti: tra i ragazzi don Sergio ci sapeva fare e quindi lo si inviava nel settore a lui più congeniale, certi di ottenere risultati positivi. Sicuramente ne soffrì. E probabilmente il fatto che ci restasse solo un triennio nella Città dei Trulli, in un seminario aperto solo qualche anno prima, può essere conferma di una sofferenza non del tutto assorbita. A Bari, nell’Istituto Giovanni Modugno, dove arrivò nel settembre 1962, lavorò con molto più entusiasmo, sollecitato forse dal ricordo ancor vivo e stimolante del prof. Giovanni Modugno scomparso appena cinque anni prima (1880-1957). Era stato grande nostro benefattore, ma soprattutto apostolo in Italia di una pedagogia ispirata ai valori della religione, dell’amore, della ragione. Don Sergio ne sentì subito e forte l’influenza, si appassionò alle sue pubblicazioni, riuscì anche ad applicare alcune linee della visione “modugnana” al suo lavoro quotidiano tra i ragazzi, provenienti allora nella maggior parte da ceti poveri e zone violente della città e dintorni. Dal lavoro educativo raccolse quindi molte soddisfazioni, al punto che il ricordo di quel periodo negli anni avvenire affiorava in lui di frequente e con visibile commozione. Proprio per tutto questo, mai si sarebbe staccato dalla città pugliese. Vi lavorava ormai da cinque anni (1962-1967), e stava per avviare il sesto, quando si vide arrivare una nuova proposta. I Superiori lo invitavano a Roma come insegnante in quel “seminarietto” che lo aveva accolto ancor quattordicenne, ma che ora aveva un nome preciso “Seminario Mons. Aurelio Bacciarini” e contava un considerevole numero di allievi, tanto che ne era già stata ampliata la struttura ed era stato aggiunto, oltre le medie, il livello iniziale delle scuole superiori: il primo e secondo ginnasio. Tutto fa pensare che l’invito a don Sergio sia arrivato gradito, e non solo per il ruolo che gli veniva affidato, ma anche perché tornava nella sua Roma e a un passo dalla famiglia. Chi scrive, in quel settembre 1967, era in partenza per altri lidi, ma, essendo prefetto degli studi, ebbe la fortuna di accoglierlo ed in breve presentargli l’ambiente e la situazione in cui avrebbe operato. Lo vidi contento e ben disposto a dare il suo contributo alla crescita culturale dei nostri seminaristi. Sembra però che, quasi da subito, si siano verificate difficoltà di inserimento, specialmente a livello comunitario. Una condizione che andò sempre più acuendosi, e che, nel giro di un triennio (1967-1970), determinò per don Sergio un successivo trasferimento. Gli fu affidata la direzione della Casa di riposo Don Guanella, a Isola del Liri in provincia di Frosinone: un’opera aperta nel 1949, con un numero di ospiti che, in vent’anni, non riuscì mai a decollare. Don Sergio ci andava con il mandato di chiuderla, a seguito anche della impossibilità di una equilibrata amministrazione. Non gli riuscì, né si era preso tempo utile di ambientarsi. Lasciò passare infatti un anno e, nel settembre 1971, si assentò dalla casa, rientrò a Roma, in famiglia, avvisando i superiori che vi sarebbe rimasto per impellenti motivi familiari. Da allora, per buoni 20 anni, il silenzio fu protagonista nel rapporto tra il confratello e la Congregazione. Fu ricucito, e poi instaurato con frequenza, solo durante gli anni ’90, attraverso la preziosa mediazione del confratello don Pietro Serva (1911-2001), che si trovò a collaborare con don Sergio nell’Ospedale romano di Regina Margherita, a Trastevere. Era accaduto che don Sergio, una volta rientrato in famiglia, aveva segnalato la sua presenza in diocesi agli uffici del Vicariato e contemporaneamente aveva avanzato richiesta di continuare l’esercizio del ministero e ricoprire un ruolo pastorale. Gli rispose lo stesso vicegerente di allora, Mons. Ugo Poletti (1914-1997), che nel 1972 gli affidò, proprio perché proveniva da una congregazione di carità, la cappellania nell’ospedale trasteverino (presso il quale fissò anche la sua residenza). Eserciterà, per 40 anni, questo servizio, riuscendo via via a renderlo così esemplare, da meritarsi la stima degli ammalati, dei loro parenti, del personale medico, infermieristico, amministrativo e da essere nominato cappellano-capo, responsabile cioè della animazione di quei sacerdoti che a Roma esercitavano il suo stesso ministero. Solo a metà di questo quarantennio, nell’autunno del 1993, don Sergio, accompagnato da don Pietro Serva, salì ad incontrare in Casa generalizia il Superiore generale, appena eletto nel XVI Capitolo generale del luglio precedente. Fu un incontro molto familiare e chiarificatore, tanto che lo si concluse con l’impegno di incontrarsi spesso e ricercare insieme la volontà di Dio sul suo futuro: pur mantenendo il suo ministero di cappellano, ritornare a vivere pienamente la vita religiosa o lasciarla definitivamente, regolando anche giuridicamente la propria situazione? Da allora e per altri venti anni (1993-2012), fu possibile tener fede solo agli incontri ravvicinati, che però a lungo andare finirono per diventare scambio di saluti o poco più. Invece non mostrò mai interesse a riprendersi totalmente la sua identità o quanto meno a discuterne. Gli bastava tenersi quel legame esclusivamente giuridico, contratto con la professione perpetua nel lontanissimo 1956. Continuò però, e sempre con tanta diligenza, il suo ministero tra i malati, anche 5-6 anni oltre il raggiungimento dell’età pensionabile (per lui il 2004). Avanzando poi in età e divenendo sempre più difficile il gestirsi da solo, verso la metà del 2010, chiese ospitalità alla nostra Comunità di San Giuseppe al Trionfale, ottenendola senza esitazione alcuna, nello stile e sensibilità del Fondatore per i sacerdoti anziani. Don Sergio vi si integrò subito e abbastanza bene, almeno fino ai primi, preoccupanti segni di sofferenza mentale, apparsi sul finire del 2013. Si cercò conferma, che venne nella primavera seguente, dopo una visita specialistica presso un geriatra. Sospetta demenza fronto-temporale fu la diagnosi, che poi venne via via precisata da ricerche sempre più sofisticate. Mantenne ancora per qualche anno autonomia di movimento, anche se la malattia obbligò i confratelli al controllo continuo dei suoi spostamenti quotidiani. Poi, progredendo il male, si dovette ricorrere ad una persona, che lo accudisse per l’intera giornata. Si avvicinò dunque inconsapevolmente alla morte, sopraggiunta in comunità, nelle prime ore del 22 gennaio del 2018, dopo quasi cinque anni dai primi sintomi del male. I funerali ebbero una solennità particolare: concelebrarono una quarantina di confratelli, presenti in parrocchia per un convegno pastorale; venne ad esprimere riconoscenza e cordoglio una numerosa rappresentanza di medici e di personale sanitario dell’Ospedale Regina Margherita; parteciparono al rito anche molti parrocchiani, vicini e compartecipi delle sue sofferenze nel calvario degli ultimi anni. Aveva dato tanto ai sofferenti, ora ne riceveva il corale riconoscimento.
Don NINO MINETTI
" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)
Nato a Montagna (SO), l’11 febbraio 1922
Entrato a Fara Novarese, il 19 settembre 1934
Noviziato a Barza d’Ispra, dal 12 settembre 1939
Prima Professione a Barza d’Ispra, il 12 settembre 1941
Professione Perpetua a Barza d’Ispra, il 12 settembre 1944
Sacerdote a Fara Novarese, il 31 maggio 1945
Morto a Nuova Olonio (SO), il 4 marzo 2017
Sepolto al Cimitero di Montagna (SO)
Nel Salmo 89 noi recitiamo: «Insegnaci a contare i giorni e raggiungeremo la sapienza del cuore...Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore, passano presto e noi ci dileguiamo». Don Tito ha ripetuto tantissime volte questa preghiera delle lodi mattutine, e di giorni ne ha contati veramente tanti!...Certamente la lunga sua esistenza gli ha permesso di raggiungere una grande sapienza di cuore. Quella sapienza del cuore che è capacità di guardare le cose con gli occhi di Dio e di considerare ogni stagione della nostra vita come un’esperienza del dono di Dio. La Provvidenza gli ha donato molte qualità umane e di intelligenza, ma certamente il dono più bello di cui ha goduto è stato quello di essere figlio di Dio, particolarmente caro a Dio che lo ha chiamato alla vita cristiana, alla vita religiosa e al Sacerdozio. Oggi don Tito abbraccia quel Dio a cui ha donato tutta la sua vita e in cui egli ha posto tutta la sua speranza, come ci dice S. Paolo: «Se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Cristo...». Come ci ha trasmesso don Guanella, il nostro essere figli ci dona la fiducia di consegnare alle braccia del Padre il nostro confratello che oggi celebra con noi questo sacrificio eucaristico dal Cielo. La Parola di Dio di oggi ci parla di croce e di perdere la propria vita a causa del Vangelo, per acquistarla veramente davanti agli occhi del Signore. La vita religiosa che don Tito ha vissuto per quasi 76 anni da quando ha fatto la sua prima professione religiosa a Barza nel 1941 è la forma più radicale per seguire Gesù, donando tutto il proprio essere per far crescere il Regno dell’amore di Dio. Una sequela fatta di tanti atti quotidiani di amore e anche di sacrificio per essere fedeli al dono ricevuto. La Congregazione guanelliana deve molta riconoscenza a don Tito per il gran servizio che il confratello ha offerto sia nel Governo della Congregazione, sia per la sua intelligente opera di divulgatore dei valori guanelliani con i suoi studi sulla Divina Provvidenza in don Guanella e sulle nostre Costituzioni e attraverso quei popolari libretti che mettono in risalto i più significativi aspetti della spiritualità guanelliana. Una vita certamente feconda la sua, sostenuta da un carattere risoluto e dalla concretezza nel capire le necessità più urgenti per lo sviluppo della Congregazione. Entusiasta di essere discepolo di don Guanella che considerava suo convalligiano perché valtellinese come lui, ma specialmente perché ne ammirava la tempra e lo stile energico della persona che sa portare a termine gli impegni, anche tra mille difficoltà. Sono tanti che, avendo avuto notizia della sua morte, hanno voluto ricordarlo e ringraziare per quanto lui ha fatto per loro. Anch’io personalmente mi sento di ringraziarlo (e con me certamente tanti confratelli), per averlo avuto all’inizio della mia vocazione guanelliana come formatore (era prefetto appunto nel Seminario di Anzano del Parco) e poi protagonista, quando era consigliere generale, nella decisione dell’espansione in Spagna della nostra Opera, con l’acquisto delle due strutture a Palencia: una come casa di formazione e l’altra dedicata al servizio ai disabili. Ma penso che è la stessa nostra Congregazione che gli deve grande riconoscenza: la Provincia Romana S. Giuseppe che lo ha avuto Superiore provinciale; la Provincia della Divina Provvidenza per aver iniziato la presenza guanelliana nell’India; la Comunità di Nazareth, dove ha collaborato agli inizi della nostra opera in favore dei disabili. Don Tito ha vissuto gli ultimi anni della sua lunga vita, in serenità, in questa Comunità di Nuova Olonio, circondato dall’affetto dei suoi confratelli e, al tempo stesso, seguendo con interesse gli avvenimenti della Congregazione. Questa Comunità, che ringrazio in nome di tutti noi per l’accoglienza e le cure che ha prestato al confratello, lo ricorderà con affetto, ma anche tutta la Congregazione, che tanto ha amato e servito con generosità, ne conserverà la memoria, come ce lo chiede il nostro Fondatore: «Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita, nella speranza di ricostituire con essi nell’eternità la famiglia iniziata insieme nel tempo». E oggi chiediamo a don Tito che anche lui continui a pregare per noi, per la Congregazione e per tutte le persone che ci sono affidate, per le vocazioni alla vita religiosa guanelliana, e perché tutti prendiamo esempio da chi ci ha preceduto per mantenerci fedeli all’amore di Dio verso ognuno di noi. Riposi in pace!
(Dall’omelia tenuta da P. Alfonso Crippa a Nuova Olonio il 6 marzo 2017)
"...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)
Nato a Montilgallo di Longiano il 13 dicembre 1928
Noviziato a Barza d’Ispra il 12 settembre 1946
Prima Professione a Barza d’Ispra il 12 settembre 1948
Professione Perpetua a Barza d’Ispra il 12 settembre 1954
Sacerdote a Milano il 26 maggio 1956
Morto a Caidate il 28 ottobre 2020
Sepolto nel cimitero di Como
Don Tonino Gridelli nasce il 13 dicembre 1928 a Montilgallo, una frazione del comune di Longiano, in provincia di Forlì ed in diocesi di Cesena-Sarsina, da Giovanni e Maria Zamagni. È il primogenito: successivamente i genitori daranno la vita ad un altro fratello e a due sorelle. L’indomani, 14 dicembre, viene subito portato al fonte battesimale della chiesa della frazione, dedicata a Sant’Apollinare. Riceverà la cresima nella parrocchiale di Longiano per mano del vescovo di Cesena, monsignor Alfonso Archi, il 26 luglio 1935. Viene a contatto con l’Opera Don Guanella fin dalla tenera età, entrando nel 1939 nell’Istituto Don Ghinelli di Gatteo, non lontano quindi dalla sua famiglia, all’epoca seminario minore che accoglieva i ragazzi del territorio romagnolo aspiranti al sacerdozio nella famiglia guanelliana. Si mostra fin da subito un ragazzo intelligente: nella sua carriera scolastica studia con profitto e nel suo percorso formativo riceve da tutti un giudizio lusinghiero e promuovente: «carattere vivace, sincero e promettente», si dice di lui. Dopo il periodo del postulandato vissuto a Fara Novarese, provincia di Novara, entra in noviziato a Barza d’Ispra, in provincia di Varese, il 12 settembre 1946. Il suo padre maestro, don Armando Budino, lo descrive come una persona genuina: «ha un carattere genuino e semplice, gioviale e sereno, sempre disponibile e pronto a dare una mano. Ha buona volontà e spirito di adattamento. Rivela retta intenzione nel cammino di crescita e sinceri segni di vocazione religiosa e sacerdotale». Il 12 settembre 1948 emette i primi voti tra i Servi della Carità. L’immaginetta della sua prima professione ci rivela uno spaccato del suo vissuto di fede: «Vergine Maria concedimi perseveranza e fedeltà nell’amore di Gesù e tesori di grazia a quanti hanno desiderato questo giorno». Percorre il cammino formativo intraprendendo gli studi di teologia a Chiavenna, in provincia di Sondrio. Anche lì il suo formatore, don Vito Zollini, registra i medesimi tratti della sua persona: «Aperto e servizievole. Autentico romagnolo: mordace e tenace, tanto di giudizio che di carattere. Si adatta a far tutto, anche uffici umili. Bella intelligenza, si applica con impegno, serio anche nella vita di pietà». Emette la professione perpetua, diventando guanelliano per sempre, il 12 settembre 1954. Successivamente si sposta a Milano, presso l’Istituto San Gaetano, per le tappe conclusive della prima formazione: in quella casa alternerà l’assistenza ai ragazzi ivi accolti con la studio della teologia e riceverà dapprima l’ordinazione diaconale, il 17 dicembre 1955, e poi quella sacerdotale, il 26 maggio 1956, entrambe le volte per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria del cardinal Montini, il futuro Paolo VI. I primi anni del suo ministero sacerdotale lo vedono al fianco dei ragazzi. Dapprima è educatore nella Casa San Giuseppe di Gozzano, in provincia di Novara, dal 1956 al 1958, poi assistente nel Collegio Sant’Anna a Roveredo Grigioni, in Svizzera, dal 1958 al 1963. Dopo queste due esperienze iniziali i superiori gli chiedono la disponibilità per la missione in Brasile, in anni in cui la presenza guanelliana in quella nazione si sta consolidando. Don Tonino acconsente, ed eccolo dapprima a Itaguaí, Patronato San Giuseppe, una struttura che accoglie minori, dal 1963 al 1966, poi a Santa Maria presso la casa denominata “Pane dei poveri di Sant’Antonio”, una realtà che al suo interno ha un centro educativo per ragazzi e la parrocchia, dal 1966 al 1970; successivamente si porta a Canela, dove gli viene affidata la responsabilità dell’economia della Casa San Giuseppe, dal 1970 al 1971, ed infine è nominato superiore della Casa di Porto Alegre, dove viene svolta un’attività piuttosto vasta comprendente la parrocchia, la scuola ed il seminario. In questo posto dimorerà dal 1971 al 1975.
Nel 1969, quando don Tonino si trova in Brasile, mamma Maria scrive ripetute lettere accorate al Superiore generale. Esse rivelano il desiderio di una madre che vorrebbe il figlio prete vicino a sé. Chissà quante lacrime sono state assorbite da quelle lettere in cui la mamma lo supplicava di non far partire più suo figlio per il Brasile. «Don Tonino non mi dice niente ma io sono venuta a saperlo da altri che lui sta per ripartire...». Il desiderio di mamma Maria coinciderà con quello dell’obbedienza religiosa qualche anno dopo: rientrato in Italia nel 1975, il primo anno don Tonino lo vive presso il seminario teologico di Roma, ove gli viene assegnato l’incarico di rappresentante legale della Congregazione. Successivamente, nell’estate del 1976, prende parte al Capitolo Generale ed in quella sede viene eletto membro del Consiglio Generale della Congregazione, rivestendo il ruolo di segretario generale, compito che porterà avanti con competenza e precisione, fino alla morte prematura del compianto Superiore generale, don Olimpio Giampedraglia, avvenuta il 5 dicembre 1980, ed al successivo Capitolo Generale, celebratosi nell’estate del 1981. Terminato il suo mandato, gli viene assegnata la casa di Alberobello, in provincia di Bari, di nuovo a contatto con i ragazzi, con la mansione di economo della casa. Ma non passa molto tempo prima che un nuovo un incarico di governo venga a bussare alla sua porta: un confratello del consiglio generale, don Antonio Gozzo, muore improvvisamente, e don Tonino viene chiamato a sostituirlo. Sarà consigliere generale fino alla naturale scadenza di quel governo, avvenuta nel 1987, e sarà rieletto per il sessennio successivo, fino al 1993, nuovamente apprezzato per le sue doti di laboriosità e di discrezione. Degna di menzione, in questo periodo romano, è la cura che dedica alla casa di Fiuggi, in provincia di Frosinone, ove, soprattutto durante l’estate, vengono da lui accolti gruppi di cooperatori per periodi di formazione e di riposo. Ritorna nella vita di attività nelle case, dapprima a Milano, Istituto San Gaetano, come superiore, dal 1993 al 1996, e poi a Lecco, dal 1996 al 2001, con il compito di economo. Entrambe queste case accolgono minori, ambito di lavoro che don Tonino ha già frequentato in precedenza. Successivamente si sposta a Castano Primo, in provincia di Milano, ove starà dal 2001 al 2006, e poi a Caidate di Sumirago, dal 2006 in poi. Queste ultime due case accolgono anziani, e volentieri don Tonino sceglie di percorrere un tratto di strada piuttosto lungo, quasi ventennale, con loro, condividendo con queste persone ormai coetanee le bellezze e le fatiche dell’autunno della vita. Muore la mattina di mercoledì 28 ottobre 2020, complice il contagio di Coronavirus che lo colpisce, all’interno di questa seconda ondata tutt’ora in atto. Confratello schivo e riservato, don Tonino si è distinto per l’ospitalità che metteva in atto ogni qualvolta una persona, confratello o no, veniva a contatto con lui nella casa ove si trovava. In queste circostanze era capace anche di dedicare parecchio tempo, purché la persona si sentisse ascoltata e accontentata nelle sue giuste esigenze. Era anche dotato di una profonda spiritualità, soprattutto mariana, che non passava inosservata in chi ha avuto la fortuna di condividere tratti di vita più o meno lunghi con lui. Ci lascia infine l’esempio di un religioso che amava molto la vita comunitaria: provava un particolare rispetto per i confratelli, sempre pronto al loro servizio, a scusarne i difetti e le mancanze, a tenerne allegra la convivenza. Proprio per tutte queste doti fu molto amato nelle comunità.
Quella di don Tonino è stata senz’altro una vita spesa nell’obbedienza religiosa e al servizio della Congregazione, una vita semplice e austera, austera come il suo testamento: «Roma 29 luglio 1978. Nessun testamento perché non ho niente». Firmato: don Tonino Gridelli.Don DAVIDE PATUELLI
Il Vangelo di oggi ci narra un episodio che si colloca, durante il viaggio di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, nella casa di un fariseo, in giorno di sabato.
Gesù con i farisei ha avuto sempre discussioni. Non sappiamo se questo fariseo fosse sincero nell’invitare Gesù a pranzo, ma in genere i farisei lo scrutavano per vedere se lui osservava i precetti della legge di Mosè. Quella che più infrangeva era la legge del sabato e proprio di sabato guarisce l’idropico. Come abbia fatto un idropico ad entrare nella casa del capo dei farisei, Luca non ce lo dice. Sta di fatto che lui è proprio là e vuole essere guarito. Gesù lo cura anche se è sabato e lancia la domanda: “è lecito o no curare di sabato?” I dottori della legge e i Farisei non rispondono. Questa domanda rimane nell'aria, ma li provoca. Dinanzi al silenzio Gesù agisce. Quindi spiega il motivo che lo ha spinto a guarirlo: se non avete problemi a salvare un asino dal pozzo, non ci dovrebbero essere problemi neppure a salvare un malato. Ci sono momenti difficili nella vita, in cui dobbiamo scegliere tra il bisogno immediato da soccorre e l'ottemperanza a norme e disposizioni. Come comportarsi? Molte volte dinanzi ai tanti bisogni da soccorrere siamo tentati di dire “arrangiati, non è affare mio”, arrangiati oggi è sabato, arrangiati la legge non me lo consente ma, come cristiani e come guanelliani, dobbiamo aiutare, fare del bene. Anche don Tonino si è trovato necessità di dover soccorrere delle persone e, memore dell’agio “Fai il bene e scordalo”, si è dato da fare per soccorrere, aiutare, confortare. È la prima volta che sono chiamato a presiedere il funerale di un confratello. Sono onorato perché don Tonino mi ha preceduto nell'ufficio di segretario generale per ben tre mandati. Ho consultato quindi il suo fascicolo personale conservato in archivio ed ho fatto una lettura gustosa che spaziava dalle sue pagelle scolastiche alle relazioni dei suoi formatori, dalle sue foto agli articoli che parlano di lui. Spassoso, per esempio, è l'articolo che lo ritrae a Milano in occasione di un mercatino di raccolta fondi. Le signore che avevano allestito la bancarella, nell'entusiasmo di poter vendere più oggetti possibile, stavano per mettere in cattiva luce il ‘San Gaetano’: non sapevano infatti che non si possono vendere oggetti sacri. Grazie a Dio, don Tonino facendo un giro, si accorse e subito requisì calici d'argento e presunte reliquie degli Apostoli. La buona stima dell'opera fu salva. Nella sua carriera scolastica studia con profitto e nel suo percorso formativo riceve da tutti un giudizio lusinghiero e promuovente. “carattere vivace, sincero e promettente”. Il suo padre maestro a Barza (1946-48), Don Armando Budino lo descrive come una persona genuina: “ha un carattere genuino e semplice gioviale e sereno, sempre disponibile e pronto a dare una mano. Ha buona volontà e spirito di adattamento. Rivela retta intenzione nel cammino di crescita e sinceri segni di vocazione religiosa e sacerdotale”. Anche don Vito Zollini, a Chiavenna, registra i medesimi tratti della sua persona: “Aperto e servizievole. Autentico romagnolo: mordace e tenace, tanto di giudizio che di carattere. Si adatta a far tutto, anche uffici umili. Bella intelligenza, si applica con impegno, serio anche nella vita di pietà”. L'obbedienza lo porterà presto a varcare i confini, dopo pochi anni di sacerdozio, verso il Brasile (1963). Mamma Maria scrive ripetute lettere accorate al Superiore Generale, nel 1969. Chissà quante lacrime sono state assorbite da quelle lettere in cui mamma Maria lo supplicava di non far partire più suo figlio per il Brasile. “Don Tonino non mi dice niente ma io sono venuta a saperlo da altri che lui sta per ripartire…”. Quella di don Tonino è stata una vita spesa nell'obbedienza religiosa e al servizio della Congregazione, una vita semplice e austera, austera come il suo testamento: “Roma 29 luglio 1978. Nessun testamento perché non ho niente”. Firmato: don Tonino Gridelli. “Vergine Maria concedimi perseveranza e fedeltà nell'amore di Gesù e tesori di grazia a quanti hanno desiderato questo giorno” così è scritto sulla immaginetta della sua Prima Professione, Barza 12 settembre 1948”. Parafrasando questa preghiera, invoco Maria, Madre della Divina Provvidenza perché conceda a noi perseveranza e fedeltà nell’amore di Gesù e a don Tonino i tesori della Sua Grazia, la vita eterna. Amen!
(omelia di don Nico Rutigliano, Vicario generale, santa messa del funerale, Santuario del Sacro Cuore, Casa Madre, Como, 30 ottobre 2020)
" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)
Nato a Ebenator, IMO, Nigeria, il 16 maggio 1985
Noviziato a Nnewukwu, dal 14 agosto 2008
Prima Professione a Nnewukwu, il 15 agosto 2009
Morto all’Ospedale di Alessandria (AL), il 6 luglio 2016
Sepolto nel Cimitero di Como
Mercoledì 6 luglio 2016 alle ore 12 mentre giocava con i ragazzi della Casa dell’Angelo di Genova nel laghetto del Lemme portava a termine la sua vita un giovane seminarista guanelliano proveniente dall’Africa: Emeribe Chikwado Achillus. Aveva 31 anni. Era figlio della terra africana, della Nigeria e da tre anni era in Italia per seguire quella chiamata che il Signore gli aveva rivolto anni addietro: vieni e seguimi e ti farò felice pescatore di uomini. Achillus era nato a Ebenator, Imo State, in Nigeria il 16 maggio 1985 da papà Late Mr. Godwin Emeribe e da mamma Mrs. Paulina Nnokwutem che avrà una influenza meravigliosa nella storia della sua vita e della sua vocazione. Dalla famiglia riceve una educazione seria e una preparazione cristiana sia come dottrina che come pratica di vita anche se a carattere tradizionale, ma sincera e profonda. Frequenta la sua parrocchia con assiduità e impegno perché nel servizio all’altare trova la sua gioia di bambino e il senso del suo dovere di cristiano. Sostenuto da sua madre coltiva nel suo cuore il desiderio di farsi sacerdote e di mettere a disposizione di chi ha bisogno la sua vita e il suo servizio. Risponde ad un invito vocazionale dei nostri confratelli di Nnebukwu che lo chiamavano a fare una semplice esperienza di conoscenza e di condivisione del nostro carisma. Condivide questa esperienza con altri 13 giovani come lui. Alla fine ne rimarranno solo 8 tra i quali Achillus. Ne raccoglie uno stimolo così profondo di benessere umano e spirituale che ritornato in famiglia confida subito ai genitori la sua volontà di continuare la ricerca e l’approfondimento di quello che il Buon Dio voleva da lui in questa nostra realtà guanelliana, al contatto con i nostri Buoni Figli ritenuti da subito per lui grandi mediatori di serenità e di pace interiore. Ne riceve la benedizione e allora parte subito lasciandosi coinvolgere in questo progetto con entusiasmo e impegno. Lascia la sua famiglia numerosa per entrare in un’altra famiglia più grande nella Casa formativa a Ibadan prima, e poi a Nnebukwu per il noviziato, in quella comunità che aveva fatto scattare nel suo cuore la convinzione che Dio lo voleva proprio lì, accanto ai Beniamini della Divina Provvidenza, o Buoni Figli, come li chiamava san Luigi Guanella, ragazzi portatori di disabilità che rendono l’ambiente vivace e chiassoso: una vera famiglia, impronta di quella lasciata a Ebenator. Gli anni del discernimento, dell’aspirandato e del noviziato scorrono veloci e sereni e sarebbero stati anche felici se l’esperienza del dolore più atroce e profondo non fosse venuto per ben due volte a bussare al suo cuore generoso di figlio. Deve fare la tristissima esperienza di non avere più al suo fianco prima il padre e poi la madre. Dio li chiama a sé troppo presto per il suo ancora iniziale cammino di sequela. La madre lo lascia proprio all’inizio dell’anno di noviziato quando è forte dentro di lui la volontà di consacrarsi per sempre e totalmente al Signore. Dio gli chiede davvero tutto, senza riserve e sconti. Confiderà lui stesso in seguito che ha saputo vivere e superare l’immane dolore di queste esperienze grazie proprio ai ragazzi di Nnebukwu che hanno fatto di tutto per riempire la solitudine del suo cuore di figlio orfano. Resterà impressa, da questo momento, nel suo stile di vita la convinzione che chi ci vive accanto al di là della parentela o meno, al di là se sono sani o malati, sono nostri familiari e nostri maestri di vita. Una delle sue frasi più comuni sarà proprio quella di chiamare i suoi compagni di cammino: maestro. L’altro: maestro per la mia esperienza di sequela di Cristo. Riecheggiano chiaramente quei bei passi delle nostre Costituzioni da lui incrociati proprio in quelle prime battute del suo cammino vocazionale, il n. 19 e il n. 20: «Uniti da vincoli così profondi, ci apparteniamo vicendevolmente: il nostro bene più caro sono i membri della comunità...Ci amiamo a imitazione di Gesù di un amore che riconosce» (19). «Anche se limitati e fragili, tutti usiamo le migliori energie per creare un ambiente adatto a favorire lo sviluppo di ciascuna persona secondo la grazia, i doni di natura e le intime aspirazioni del cuore. A sua volta ognuno...concorre attivamente alla crescita della comunità con i talenti ricevuti e si adopera a progredire in una vita santa» (20). I suoi formatori fin dall’inizio leggono in Achillus doti belle e positive che lo accompagneranno e lo caratterizzeranno poi sempre nel suo percorso formativo: «Ragazzo che gode di buona salute, di buona intelligenza e capacità di riflessione. Amante del calcio e buon portiere. Ha un forte temperamento, che lo porta a volte a esprimere il suo pensiero in modo deciso anche se ha poi buona maturità e umiltà sufficiente per ascoltare e accettare correzioni e idee altrui. Persona responsabile e fedele al lavoro assegnatogli. Impegnato con i ragazzi in carrozzella ha mostrato una tenerezza e gentilezza di tratto con loro encomiabile. Servizievole e generoso. Buon impegno nello studio. Entusiasta del nostro carisma. Credo che potrà essere un buon guanelliano». Emessa la professione religiosa al termine del noviziato Achillus vive gli anni della filosofia a Ibadan riportando sempre note positive da parte dei suoi formatori che alla fine degli studi filosofici lo vogliono inviare a Roma per la sacra teologia. È un salto davvero grande e non privo di sofferenza quello di lasciare l’Africa, Nnebukwu, i fratelli e le sorelle, quello di affrontare le difficoltà della nuova lingua, della nuova cultura, della alimentazione, del clima, dell’incontro con altre culture. Rallenta un poco il suo entusiasmo, diventa pensieroso, critico. Non mancano mai però le sue caratteristiche di sempre nel gioco, nell’impegno all’Università, nel contatto con i poveri, nella pacatezza del vivere quotidiano. Questi ultimi mesi, affrontando il terzo anno di teologia, sono stati a mio parere di formatore, quelli della riscossa. È partito subito bene fin dall’inizio dell’anno: convinto che doveva impegnarsi di più, con chiarezza delle mete da raggiungere e dei mezzi che gli servivano per raggiungerle. Aveva fretta di far bene, quasi presagisse qualcosa. Era appassionato e non solo del pallone per il quale da tre anni partecipava alla Clericus Cup, torneo organizzato dal Vaticano per i chierici dei Seminari romani, ma anche dello studio di teologia, della sua vita spirituale (era esigente con se stesso e con gli altri e certi interventi in comunità ci lasciavano di stucco per la loro severità e radicalità), del suo apostolato nella Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. Significative sono alcune testimonianze semplici raccolte dai suoi compagni tra i ragazzi e le catechiste della Parrocchia: «Ho avuto la fortuna di conoscere Achillus e di condividere con lui l’esperienza di fare Catechismo ai ragazzi; tra tutti noi un grande affiatamento e spirito di gruppo, che considero essenziali nella vita cristiana. Abbiamo lavorato insieme per raggiungere un obiettivo comune per il bene del gruppo e di tutti i componenti. Ragazzo solare, sorridente, un esempio per tutti, affettuoso, luminoso, educato, cortese. La domenica nella parrocchia di San Giuseppe al Trionfale, accoglieva tutti, me compresa, con una contagiosa gioia, a me riservava un saluto speciale: “Santa donna”. Achillus era una persona speciale, era timido, una timidezza che contrastava quasi con la sua autorevolezza, fermezza, sicurezza. È stato per tutti una bella testimonianza di guanelliano. Ha lasciato a tutti un bel ricordo di sé, arrivava diretto al cuore di chi lo ascoltava, soprattutto quando ci parlava di Gesù, con una tale semplicità che poche persone possiedono. Sono certa che dal cielo ci sorride e prega per tutti noi». «Achillus: un sorriso sempre sulle labbra, era umile e molto dolce. Sapeva affrontare i ragazzi e con loro si trovava molto bene. Anche i ragazzi del Catechismo gli volevano bene e rimanevano ad ascoltarlo. Io non l’ho mai visto triste o arrabbiato, ti veniva incontro lui per salutarti ed era sempre il primo a farlo». Non mancava mai la sua presenza anche con i nostri Buoni Figli della Casa San Giuseppe di Roma dove alla domenica mattina si prestava per aiutarli ad alzarsi, fare la doccia e prepararsi poi alla celebrazione domenicale. Era amante della fotografia e per questo svolgeva il compito di fotografo ufficiale della comunità immortalando momenti belli, gioiosi e tristi della vita della nostra comunità. Avevamo costruito un rapporto intenso di stima vicendevole e di intesa su come procedere nel cammino vocazionale. Ci si intendeva subito. «Grazie papà, in uno dei messaggi che ogni tanto mi mandava sul telefonino, mi sento proprio a casa mia. Sono aumentato anche di peso perché sono sereno e contento di stare qui con voi, siete la mia famiglia». Aveva eternamente il sorriso sul volto. Difficile incontrarlo rabbuiato anche quando per qualche acciacco di salute stava giornate intere chiuso in camera e insisteva per alzarsi e uscire al più presto, all’aperto. Quest’anno 2017 avrebbe pronunciato i voti religiosi per sempre e ricevuto il dono del Sacro Diaconato preludio del Sacerdozio. Avevamo già fatto un incontro per programmare queste mete che si avvicinavano a passi così frettolosi. Poi la partenza per Genova dove il Padre Provinciale lo aveva invitato a condividere con i ragazzi della casa dell’Angelo l’esperienza dell’estate. Qualche preoccupazione, sì, ma non di troppo perché aveva coraggio e desiderava allargare le conoscenze degli aspetti caratteristici del nostro carisma. Gli veniva presentata la possibilità di vivere un tempo con i ragazzi, i giovani di una delle Case più significative della nostra Opera, come rinunciare? Eppure alla luce del dopo anche certe sue battute oggi possono suonare profetiche. Lo accompagna alla stazione della metropolitana un suo compagno fresco di patente. Nel salire in macchina si volge al compagno e sbotta: «ragazzo, non voglio salire con te in macchina, perché con te vado subito in paradiso!». La testimonianza dei primi due-tre giorni passati con i nostri ragazzi a Genova avevano già messo in evidenza la sua giovialità e capacità di giocare al pallone...stava già per diventare il loro idolo. Nella valigia che si era portato appresso predominava la presenza di scarpette da pallone, calzettoni, magliette e calzoncini. Poi quella giornata così oscura e triste. L’aveva iniziata con un atto di servizio alla comunità recandosi con Fratel Nello al mercato per l’acquisto di frutta e verdura. Tornato vuole accompagnare i ragazzi nella gita al laghetto. Gli si dice che aveva tempo di farlo, era appena arrivato a Genova e forse valeva la pena dedicare quella giornata alla visita della città e ai suoi monumenti e chiese. Niente affatto: sono venuto per stare con i ragazzi permettetemi di accompagnarli da subito. E lì Dio lo aspettava per portarselo con sé! È il primo confratello della Delegazione africana Nostra Signora della Speranza a raggiungere il cielo. Penso davvero che possa essere anche uno dei modelli da tenere in considerazione. Ha corso con la speranza nel cuore; ha superato gli ostacoli della vita e della sequela con coraggio e dedizione. Ha trasmesso generosamente serenità, gioia, impegno a chi gli è stato accanto. Perché Dio lo ha voluto con sé? Non potrebbe essere proprio perché era pronto per il cielo? Aveva già fatto la sua corsa e terminato la sua missione? Aveva già raggiunto il Suo Signore? Io credo di sì! Grazie, Achillus, per essere passato nella nostra Congregazione, nella nostra comunità e non aver occupato solo un posto, ma svolto una missione, offerto un messaggio di vita che per noi oggi diventa testamento, eredità da continuare. Guardaci dal cielo perché sappiamo anche noi sorridere sempre alla vita e accogliere quello che Dio ci fa incontrare come un dono del Suo amore di Padre. Riposa in pace! Ti vogliamo bene!
Don UMBERTO BRUGNONI
Carissimo Achillus, fratello nostro, la tua scomparsa improvvisa e inaspettata ha provocato in noi, tuoi confratelli del seminario, un profondo turbamento. La tua assenza fisica lascerà certamente un vuoto in mezzo a noi e dentro ciascuno di noi. Sappiamo bene però che quella della morte non è l’ultima parola, che il Signore della vita ha distrutto la morte e ci ha promesso la vita eterna. Vogliamo pensarti in Paradiso, avvolto da quel soave mistero d’Amore trinitario che negli anni di studi teologici hai cercato di scrutare con gioia e fatica, e che adesso potrai “vedere faccia a faccia”. Avevi passione per lo studio perché amavi Dio e avevi fede in Lui. Un detto popolare dice che quando il Signore invita qualcuno a sé chiamandolo al sacerdozio, nella sua famiglia occupa il suo posto lo stesso Signore come benedizione alla generosità dei suoi genitori. Così nella nostra Comunità e nella Congregazione il tuo posto, reso libero da quel triste sei di luglio appena trascorso, è già presenza viva di quel Dio che il Fondatore ci ha educati a considerare Padre buono e provvidente. Noi vogliamo con te oggi, in questa liturgia di risurrezione, accogliere nella fede e con speranza questi suoi disegni, a volte incomprensibili. Siamo certi che anche tu in questi anni, come afferma san Paolo, hai combattuto la buona battaglia, hai portato a termine la corsa della tua vita, hai conservato la fede nel Signore, e noi possiamo ora contemplarti coronato della giustizia di quel Padre che per tutti i suoi figli ha preparato un banchetto di felicità eterna nel suo cielo.
Vogliamo ricordarti per come sei stato in mezzo a noi: amante della vita, semplice, solare, sportivo, tenace, coerente, responsabile. Il tuo inconfondibile sorriso è come stampato nella nostra memoria, a perenne ricordo della tua presenza tra noi, e riscalda i nostri cuori nella certezza che continuerai a sorriderci anche dal cielo. Maestro! Quante volte hai usato questo appellativo per chiamarci scherzosamente, ma il vero esempio sei stato tu. Ora incontri il Maestro vero, l’unico, il Signore Gesù, sul quale hai voluto cadenzare i giorni della tua vita. Intercedi per noi presso Dio, parla a Lui di ciascuno di noi, della nostra comunità in cammino verso la consacrazione e il dono del sacerdozio, della Delegazione che ti ha mediato il dono della chiamata a seguire il carisma di don Guanella, della Congregazione che, come madre, ti ha accompagnato nella realizzazione del tuo progetto di vita e che ora ti sente intercessore in cielo. Grazie, Achillus; riposa in pace con tua madre e tuo padre, con il Fondatore e tutti i confratelli, le consorelle e i cooperatori che ti hanno preceduto nel Regno dell’amore. Maria, nostra Madre della Provvidenza, affidiamo a te Achillus, convinti che come hai fatto con Gesù anche a lui non lascerai mancare mai il sostegno della tua presenza: coraggio, figlio, ci sono io accanto a te!I TUOI CONFRATELLI DEL SEMINARIO TEOLOGICO
" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)
Nato a Foz do Iguaçu - PR, il 4 giugno 1972
Noviziato a Canela, dal 2 febbraio 1995
Prima Professione a Canela, il 2 febbraio 1996
Professione Perpetua a Canela, il 2 febbraio 1996
Morto a Porto Alegre, il 27 luglio 2016
Sepolto nel Cimitero Municipal di Porto Alegre
Irmão Arilson Bordignon foi o primeiro filho de Ângelo Bordignon e Alíria Duarte Bordignon. Nasceu em 4 de junho de 1972, em Foz do Iguaçu-Paraná, Brasil. Foi batizado em 27/07/1972, na Paróquia Santa Teresinha do Menino Jesus, em Santa Terezinha, então distrito de Foz do Iguaçu, hoje, Santa Terezinha de Itaipu - PR. Ingressou no seminário menor dos Servos da Caridade, em fevereiro de 1986, na mesma cidade de Santa Terezinha, cujo formador foi o Padre Odair Danieli. Para dar continuidade à sua caminhada formativa, passou pelos Seminários Guanellianos de Carazinho, RS; onde residia no Patronato Santo Antônio e estudava no Instituto de Filosofia Berthier, em Passo Fundo, cobrindo um percurso diário de cerca de 92 km, entre ida e volta à faculdade. No primeiro ano de Filosofia foi acompanhado pelo Padre Paulo Sachet, (1992); em 1993 e 1993 foi acompanhado pelo Padre Mauro Vogt. Enquanto cursava o último ano de Filosofia (1994), realizava também a etapa do Postulado. Em 1995, ingressou no Noviciado, em Canela - RS, cujo Mestre de Noviços foi o Padre Alírio Joaquim Anghebem. Ainda em Canela, na Capela do Oásis Santa Angela, Casa das Irmãs Guanellianas, emitiu sua 1a Profissão Religiosa, como Irmão, a 2 de fevereiro de 1996. Sua primeira obediência foi a Comunidade de Canela, onde começou a estudar jornalismo junto à Universidade Unisinos, dos Jesuítas, em São Leopoldo. Depois, dando continuidade aos seus estudos, até à sua formação em Jornalismo, foi residir em Porto Alegre.
A 2 de fevereiro de 2005, professou perpetuamente entre os Servos da Caridade, na capela do Seminário São José, da mesma cidade de Canela, nas mãos do então superior provincial Padre Ciro Attanasio. Irmão Arilson era formado em Filosofia e Jornalismo e se especializou em Planejamento Estratégico. No final de 2005, quando a Província Santa Cruz assumiu o Planejamento Estratégico, Ir. Arilson foi o referente da Província, junto aos técnicos da Nortia, depois da J. S. Prime, e por fim, até à sua morte, levou sozinho o trabalho de avaliação e acompanhamento dos trabalhos de planejamento. Por vários anos acompanhou e assessorou, com brilhantes reflexões em linha com a caminhada da Igreja em sintonia com o carisma guanelliano, as Equipes Pedagógicas do Sudeste/Centro-Oeste e Sul. Assumiu a direção da Escola São Luís Guanella no período de 2012 a 2015. Onde aplicou e desenvolveu a pedagogia guanelliana aos educadores e educandos. Nesse período que esteve à frente dessa missão educativa foi capaz de liderar sua equipe através de uma relação amistosa e fraterna. Era 2o Conselheiro e Secretário Provincial, da nossa Província, quando, descobriu um tumor na cabeça do pâncreas, após, ser acometido de icterícia. Foi, por vários anos, até à sua morte, o responsável pelo Centro de Comunicação da Província. Portanto, responsável, pela edição de livros, revistas, como Família Guanellina e Santa Cruzada, em honra a São José, Calendários, etc. Como jornalista evangelizou através dos meios de comunicação e difundiu o carisma da congregação. Irmão Arilson um guanelliano que teve uma vida breve e intensa dedicada à formação dos operadores, educadores, Coirmãos, Irmãs FSMP e Guanellianos Cooperadores de toda a família Guanelliana, no Brasil, no México, no Paraguai, etc. Muito hábil no uso da palavra, foi protagonista nos Encontros Pedagógicos Guanellianos, dedicou-se muito a proferir palestras formativas. Pessoa de uma fina inteligência que buscou através do estudo contínuo e do conhecimento, aperfeiçoar-se profissional e espiritualmente e na sua missão como Religioso Guanelliano dedicou-se em promover os valores cristãos e o carisma Guanelliano. A província de Santa Cruz deve muito a ele a implantação e organização do planejamento estratégico nas obras dos Servos da Caridade no Brasil. Em maio de 2015 foi surpreendido pelo câncer, desde então enfrentou com coragem, silêncio profundo a sua enfermidade sem queixas, com muita resignação. Mesmo durante esse período de sofrimento e de incertezas continuou realizando o seu trabalho e sua missão frente à obra guanelliana. Irmão Arilson durante sua jornada buscou realizar com zelo seu trabalho à frente dos projetos que São Luís Guanella lhe havia reservado em sua breve vida. Quem conviveu com esse coirmão guanelliano pode apreciar a sua dedicação a obra de fé e de caridade. Durante a sua vida terrena apresentou amor ao trabalho, à sua missão, foi fiel aos seus compromissos cumprindo com dedicação e zelo seus votos na vida religiosa e foi sensível aos sinais dos tempos interpretando com sabedoria. Amou e defendeu o Carisma Guanelliano. Digno de nota é a formação sobre ‘liderança’ que ele deu, por um período de três anos aos Delegados e Coordenadores de grupo dos Guanellianos Cooperadores. A última formação, a 16 e 17 de julho, dez dias antes da sua morte, coroando o terceiro ano e último ano, sobre o referido tema, ele a deu em Porto Alegre, na maior parte do tempo, falando bem devagar e com uma voz frágil, que fazia comoção e na maior parte do tempo sentado, pois já não tinha forças para permanecer de pé. Chegou ao final, ainda que limite das suas forças, pois já tinha dificuldade de articular as palavras. Logo após o diagnóstico foi submetido a uma cirurgia para a retirada do tumor e depois foram muitas sessões de radioterapia e quimioterapia. Porém durante esse período, e apesar do sofrimento gerado pela sua enfermidade, fez questão de continuar trabalhando e desempenhando suas funções, tendo-se mantido ativo dentro de suas possibilidades. Apesar de toda coragem e força de vontade com a qual enfrentou a doença. Em decorrência das complicações de um câncer no pâncreas, diagnosticado em outubro de 2014, acabou não resistindo, e já no limite das forças, veio a falecer, no anoitecer do dia 27 de julho de 2016, no seu quarto, em Porto Alegre, com apenas 44 anos de idade. Seu corpo está sepultado no Cemitério São Miguel e Almas, em Porto Alegre, no jazido dos Servos da Caridade, n. 15.432.
Texto elaborado por MARILAINE BRIZOLA e ANGELA RIMOLO RIZZO, revisto e completado por Pe. MAURO VOGT, SdC
" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)
Rolando Contreras Morales, el hermano global De Teodoro y Fresia nace, el 7 de enero de 1958, en la oficina salitrera de Humberstone, en pleno desierto de Atacama, en el extremo norte de Chile, es bautizado en la cercana parroquia de San José de Pozo Al Monte el 7 de julio del mismo año, en medio de la pampa del Tamarugal, donde árboles fuertes se desarrollan con dificultad en el desierto, pero que absorben cada gota de agua que transporta la niebla, a semejanza de la savia del Espíritu Santo que vitaliza hasta lo más árido.
Devotísimo de la Virgen del Carmen, cada vez que subiendo al Santuario de la Virgen en La Tirana, visitará su pueblo natal hoy abandonado y lo recorrerá con mucha emoción. El desierto marca su vida, la soledad, el silencio interior y la reflexión ante la inmensidad de Dios, en la arena del desierto y las montañas con sus distintas tonalidades ocultando sus metales, así descubre la rudeza de la vida que más adelante en compañía de sus 11 hermanos lo hará emprender el trabajo desde la primera adolescencia.
De su madre, ciertamente aprendió a amar, en primer lugar su familia biológica, pero también a su familia religiosa y por así decirlo a la familia global, siempre atento por su padre, sus hermanos, sobrinos, primos y tíos, lugar que visitaba era un lugar para encontrar un pariente cercano o lejano. Desarrolló su apostolado entre las familias visitándolas, acompañándolas en la pobreza y enfermedad, en las celebraciones, momentos de alegría y dolor. Era convocado o irrumpía entre las familias cuando había algún problema de compresión, comunicación o división, dedicó horas de su vida llamando a la unidad, a recuperar el amor y el sacrificio por la familia, a pesar de su poca instrucción las personas reconocían su sentido a favor de la familia.
Otra característica reconocida y valorizada por todos en Rolando, que siguiendo la indicación de Pedro en casa de Cornelio, “no hacía acepción de personas”, intuye en todos, varones y mujeres, niños y ancianos, ricos y pobres, enfermos y sanos la imagen y semejanza de Dios, visitaba todos los barrios, cárceles, hospitales, clínicas y cementerios de la segregada sociedad chilena. Todos siempre quedaban reconfortados por la naturalidad con que cultivaba las relaciones interpersonales.
También tenía sus preferencias políticas, pero por la Política con mayúsculas, la que busca el bien común de acuerdo con la doctrina social de la iglesia, se informaba, estaba pendiente de los acontecimientos de la historia de su pueblo. Tenía una especial sintonía con las personas necesitadas a las que también encausaba para que utilizaran los servicios sociales del estado. Valorizaba sobremanera la democracia, seguramente porque sufrió en carne propia las dificultades que ocasionaron los días grises y dolorosos de la dictadura militar. Tenía conocimiento de los personajes que forjaron la vida sindical y política, su madre fue una reconocida dirigente social, además acompañó a muchos que quedaron excluidos y marginados por sus opciones políticas en los centros de detención y el exilio.
El servicio marcó su vida desde siempre, en su propia familia, pero también entre las personas de su barrio, trabajó varios años en el hospital de Arica cuidando ancianos donde no dejaba de utilizar parte de los pocos recursos que conseguía para sepultar difuntos abandonados o sin familiares.
En un trabajo de promoción vocacional al norte de Chile conoce la Congregación, el primer contacto es con P. Silvano Poletto, quien lo invitará al “ven y verás” de esta forma llega a Renca en 1981, con mucha esperanza y alegría a concretizar esta llamada, acá permanece por 3 años de preparación y estudio no sin dificultades. Se familiariza con la misión de la Congregación entre los necesitados y especialmente lo discapacitados donde con alegría va descubriendo el rostro de Cristo entre los más pequeños. Es acá donde tiene sus primeros encuentros con el idioma italiano que estudiará en distintas etapas llegando solo a un “itañolo” incipiente, pero con mucha expresión y vehemencia que confundiría a muchos.
En año 1984 hace su noviciado en Tapiales, son los años en que la integración de muchos estudiantes procedentes de los distintos países que conformaban la Provincia ocasiona una rica experiencia de interculturalidad que sirve para asimilar los propios valores culturales, religiosos, pero también cargados de nacionalismo que hacían un tanto difícil la convivencia, pero como Pablo se hizo a todas las nacionalidades. Luego tiene una fuerte experiencia de servicio con los ancianos junto al noviciado, son ellos los que recibirán sus atenciones básicas y de enfermería, al compás de algún tango.
Su corazón permaneció siempre en Batuco donde conoció la cruz de los benjamines de la Providencia, pero también conoció y amo su propia cruz. Por varios años y en distintas temporadas trabajó en los varios servicios en la casa, enfermería, lavandería, búsqueda de recursos y sacristía. Los buenos hijos le transmitían el agradecimiento, la fe, esperanza y la perseverancia en los momentos difíciles como cuando se descubre su insuficiencia renal, que luego de un buen momento, gracias a la donación del riñón de su hermano, llegarían otras complicaciones de salud y animo.
Muchos se lo recordaran con su sonrisa, el ruido de sus carcajadas y la voz potente de sus canciones, prefiero recordarlo como el "hombre humilde" que conociendo sus limitaciones y defectos nunca hizo ostentación de lo que no era, vivió su propia verdad, como don de la gracia de Dios, no aparentando grandeza ni mostrando máscaras, siempre amó sus orígenes y aceptó con grandeza sus debilidades; gran mensaje para este mundo de las apariencias y competencia desenfrenada.
Nació pobre, vivió pobre y el 12 de abril de 2021 en Renca donde comenzó su vivencia como guanelliano, muere pobre. En la oración que elevo por su persona, veo al Santo Fundador junto a todos los necesitados que lo invitan a cantar el himno: Bienaventurados los pobres, porque está escrito que de ellos es el Reino de los cielos.P. Nelson Jerez S.